Sarà inaugurata sabato 26 marzo alle ore 17.30, nella storica cornice del Palazzo dei Trinitari (p.zza Sonnino n. 44, Trastevere, Roma), la mostra collettiva “Ab ovo...”, promossa dall'associazione culturale “Aistetikà” e curata da Marco di Mauro. Vi partecipano sette artisti campani, i quali affrontano il tema della vita e della morte, dell'effimero e dell'eterno, ognuno secondo la propria sensibilità. Gli artisti sono: Lello Bavenni, Michele D'Alterio, Guido Della Giovanna, Giovanni Manganaro, Teresa Mangiacapra (Niobe), Antonio Montano e Salvatore Starace. La carica espressiva delle opere, selezionate in base ad una valutazione di qualità, sarà valorizzata da un sapiente allestimento.

Alla serata inaugurale interverrà la poetessa Nunzia Fasano, che ci condurrà in una poetica meditazione con sottofondo musicale per... “Col mare le parole” (ediz. Coinema, Roma 2003).

La mostra, che sarà visitabile sino a venerdì 1° aprile 2005 (ore 10-13 e 16-19), è inserita nel fitto calendario di “Aistè”, la rassegna di arti visive promossa da Sergio Valerio Garzia e dall'associazione culturale “Aistetikà”.

 

 

Note critiche

a cura di Marco di Mauro

 

Lello Bavenni trasfigura il paesaggio mediante l’uso non naturalistico del colore, steso in campiture larghe e uniformi. L’immagine tende all’astrazione per l’assenza di volume e profondità, ma acquista qualità mentali come il silenzio e la risonanza. Fattore unificante della pittura di Bavenni è il colore, che nelle sue modulazioni ora tonali ora timbriche, ma sempre musicali, salda gli elementi di una forma altrimenti dispersa. La composizione è determinata proprio dalla materia cromatica, che prevale sul segno e diventa protagonista della rappresentazione.

 

Nella pittura di Michele D’Alterio, in bilico tra figurazione e astrazione, il paesaggio naturale incarna i lineamenti dello spirito. Nelle fitte rughe del supporto plastico o cartaceo, nei tocchi di colore denso e materico s’intuiscono le pieghe dell’anima, che l’artista esterna e traduce nella forma del paesaggio. Con una sensibilità surreale, Michele D’Alterio tende a coniugare due attitudini opposte: da un lato l’esigenza di aggredire la tela con impeto nervoso per assecondare i suoi moti interiori, da un altro la volontà di stemperare le sue pulsioni nell’armonia del paesaggio naturale.

 

La pittura delicata e solare di Guido Della Giovanna tende alla pura espressione dell’anima, tra intuizioni liriche e cromatismi accesi. Nell’ultimo ciclo di opere, l’artista propone un itinerario d’arte materica, dove l’immagine è definita non solo dalla combinazione di segno e colore, ma anche dalla materia che si addensa o si dirada, si tende o s’increspa. Denso di significati è l’uso di corde per rimarginare le ferite, ricomporre l’unità originaria che l’uomo, con la sua devastante attività, ha gravemente compromesso.

 

Giovanni Manganaro condanna la realtà artificiale della televisione con l’imposizione di un segnale di divieto – una linea obliqua di colore rosso – su immagini di automobili sportive e vallette ammiccanti. La linea rossa tende a scolorirsi e ad essere sommersa da quelle immagini, che hanno il sopravvento sulla realtà. L’artista suggerisce una riflessione sul linguaggio della televisione, che spinge il pubblico addomesticato ad inseguire falsi modelli, a recepire passivamente la propaganda del sistema.

 

Gli angeli di Teresa Mangiacapra (Niobe), teneri nel cullare lo sguardo di chi osserva, per condurlo in un viaggio che accarezza l’infinità dell’ultraterreno, offrono una chiave per rapportarsi al trascendente. Le fragili sculture, chiuse in una teca di vetro, sono inserite in un blocco di tufo che allude alla materia da cui vorremmo evadere. L’opacità della teca crea una dolce aura di misticismo, che ammanta le sculture e ne esalta l’intima spiritualità. Le esili membra degli angeli, avvolte nel candore della luce, tendono a sconfinare oltre lo spazio che le contiene e le completa.

 

Il linguaggio pittorico di Antonio Montano è basato sull’iterazione del medesimo segno, che dà luogo a infinite combinazioni su fondo monocromo. Attraverso la concatenazione dei segni, ritagliati ed applicati sulla tela come elementi di una stratificazione, l’artista visualizza la trama dell’esistenza nella sua concretezza e vitalità. Il segno adottato dall’artista di Acerra può essere letto come arcaica stilizzazione di una figura femminile, concepita come idolo della fertilità, con evidenziazione del bacino e dei seni.

 

Salvatore Starace assume come punto di vista il ponte di Seiano, di cui variamente riproduce un modulo della ringhiera. Questo segno, che l’artista di Vico Equense ha scelto come cifra stilistica, assume una duplice valenza: da un lato, in quanto ringhiera, indica separazione e rifugio nella propria terra; e dall’altro, in quanto ponte, suggerisce un’apertura, una volontà di estendere i propri orizzonti. Starace associa al modulo della ringhiera dei ritagli di giornale, privati del contesto originale e ri-significati in una nuova compagine, che rappresenta una sintesi del mondo esterno.