L’ARTE CAMPANA IN MOSTRA A TRASTEVERE

 

Sarà inaugurata sabato 26 marzo, nel Palazzo dei Trinitari in piazza Sonnino, la mostra collettiva “Ab ovo...”, promossa dall’associazione culturale Aistetikà. Saranno esposte le opere ultime di sette artisti campani, selezionati dal critico Marco di Mauro.

Gli angeli di Teresa Mangiacapra, teneri nel cullare lo sguardo di chi osserva, per condurlo in un viaggio che accarezza l’infinità dell’ultraterreno, offrono una chiave per rapportarsi al trascendente. Le fragili sculture, chiuse in una teca di vetro, sono inserite in un blocco di tufo che allude alla materia da cui vorremmo evadere. Il linguaggio pittorico di Antonio Montano è basato sull’iterazione di un segno, che dà luogo a infinite combinazioni su fondo monocromo. Attraverso la concatenazione dei segni, ritagliati ed applicati sulla tela come elementi di una stratificazione, l’artista visualizza la trama dell’esistenza nella sua concretezza e vitalità. La pittura solare di Guido Della Giovanna tende alla pura espressione dell’anima, tra intuizioni liriche e cromatismi accesi. Denso di significati è l’uso di corde per rimarginare le ferite, ricomporre l’unità originaria che l’uomo, con la sua devastante attività, ha gravemente compromesso. Salvatore Starace assume come punto di vista il ponte di Seiano, di cui variamente riproduce un modulo della ringhiera. Questo segno, che l’artista di Vico Equense ha scelto come cifra stilistica, assume una duplice valenza: da un lato, in quanto ringhiera, indica separazione e rifugio nella propria terra; e dall’altro, in quanto ponte, suggerisce un’apertura, una volontà di estendere i propri orizzonti. Nella pittura di Michele D’Alterio, in bilico tra figurazione e astrazione, il paesaggio naturale incarna i lineamenti dello spirito. Nelle fitte rughe del supporto plastico o cartaceo, nei tocchi di colore denso e materico s’intuiscono le pieghe dell’anima, che l’artista esterna e traduce nella forma del paesaggio. Giovanni Manganaro condanna la realtà artificiale della televisione con l’imposizione di un segnale di divieto – una linea obliqua di colore rosso – su immagini di automobili sportive e vallette ammiccanti. La linea rossa tende a scolorirsi e ad essere sommersa da quelle immagini, che hanno il sopravvento sulla realtà. Lello Bavenni trasfigura il paesaggio mediante l’uso non naturalistico del colore, steso in campiture larghe e uniformi. L’immagine tende all’astrazione per l’assenza di volume e profondità, ma acquista qualità mentali come il silenzio e la risonanza. Fattore unificante della pittura di Bavenni è il colore, che nelle sue modulazioni ora tonali ora timbriche, ma sempre musicali, salda gli elementi di una forma altrimenti dispersa.