LA PITTURA SOSPESA DI ABRAMO CANTIELLO

 

Aprirà i battenti domenica 25 maggio, presso l’ex Sala Marconi di Alcamo, la personale del pittore Abramo Cantiello, originario di Caivano in terra vesuviana. L’artista ha individuato gli archetipi del paesaggio e li ha espressi mediante liriche pennellate, che oscillano tra la lezione romantica di Turner e gli esiti recenti della neofigurazione, affermando perentoriamente, con la forza delle sue creazioni, che non è necessario conformarsi ai nuovi linguaggi per esprimere un sentire contemporaneo.

Incentriamo la nostra riflessione su tre acquerelli: Il cordone rosso, Quelle magnifiche pietre ed Oro bianco. Nel primo, un cordone rosso si staglia sul candore marmoreo del teatro greco di Segesta, come un filo di rossetto sul purissimo incarnato di una fanciulla greca. Il cordone, che nella realtà assolve una funzione di sicurezza e di tutela dei visitatori, nel pregevole acquerello di Abramo diventa il diaframma tra il mondo antico e quello moderno, che nonostante l’impossibile integrazione, si richiamano a vicenda. L’accesa colorazione del cordone, che sottolinea la curva della cavea, ci ricorda che l’architettura greca era vistosamente policroma, a dispetto delle teorie neoclassiche. Intorno al teatro, come nelle vedute archeologiche di un Pitloo, un Gigante, un Vervloet, si estende il paesaggio quiete e assolato della Sicilia occidentale, sospeso nel suo immobilismo. In primo piano il paesaggio appare più analitico, nella descrizione minuziosa delle rocce calcaree e dei fili d’erba appena mossi da un alito di vento, ma in profondità il disegno diventa più sciolto, più sfocato, lascia spazio ad ampie campiture di colore rilevate dalla calda luce mattutina. La sparuta vegetazione che erode il marmo e si esalta al suo cospetto, testimonia malinconicamente la fragilità delle umane costruzioni.

La stessa sensibilità ispira la veduta del tempio greco di Segesta (Quelle magnifiche pietre), minacciato da due gru che incombono all’orizzonte. Quelle stesse gru, tuttavia, mettono in risalto l’audace e inerpicata prospettiva del tempio, quel “sottinsù” che rievoca episodi rilevanti della pittura napoletana del ‘600, in particolare di Mattia Preti. Le due gru, dal profilo slanciato e dal geometrico linearismo, sono elementi indispensabili per calibrare la composizione, che si apre in basso a sinistra con una staccionata di legno e si chiude in alto a destra con le due strutture metalliche. Al centro si staglia il tempio greco, inondato di luce che genera suggestivi effetti luministici. Le colonne del prospetto sono rilevate da un chiaroscuro netto e robusto, mentre le colonne laterali sono bagnate da una luce abbacinante che ne sfoca i contorni.

La gru è presente anche nella veduta della saline di Marsala (Oro bianco), dove il paesaggio naturale, sebbene plasmato dall’uomo, domina la scena nelle varie tonalità del giallo e del celeste. Sul fondo si osservano alcuni uomini al lavoro, tracciati in punta di pennello con fare impressionistico che rinvia, ancora una volta, alla pittura ottocentesca di Pitloo e Gigante. L’acquerello appare la tecnica ideale per fissare l’ispirazione con rapidità e immediatezza, per veicolare sottili emozioni in una pittura leggera e sensibile, ma soprattutto per dare unità al paesaggio mediante una sintesi estrema di luce e colore.

 

Marco di Mauro