A NAPOLI LA VEEMENZA PITTORICA DI AIDA RUBIO GONZALEZ

 

La galleria Napoli Nobilissima di Piazza Vittoria, diretta da Vincenzo Porcini, apre al contemporaneo con una mostra d’eccezione, dedicata all’artista spagnola Aìda Rubio Gonzàlez, per la prima volta in Italia. La pittura di Aìda è materia che pulsa, che vibra, che urla ed esplode con la violenza dell’interiore passionalità, come un vulcano in eruzione che scaglia grumi di figurazione sui terreni già roventi, già pregni di vita. La figurazione è subordinata alla materia e al gesto pittorico, ovvero all’esibita e quasi ostentata azione del dipingere, in cui si esprime l’intimo fluire di emozioni che agita l’artista. La stessa pittura è solcata da rughe e da cretti che comunicano una sensazione di sofferta precarietà, sono le pieghe dell’anima che si fanno materia e si propongono all’esterno come testimonianze concrete di un sentire convulso e spasmodico. La fluidità dei colori ad olio asseconda l’irruenza, l’impeto e la veemenza della passione ispirativa, volge in eterno presente quelle fugaci emozioni che per virtù d’arte si perpetuano. Questa pittura vive un rapporto simbiotico con il supporto, anzi è una pelle che riveste l’armatura della tela, composta dai fili di ordito che passano alternativamente sopra e sotto la trama, secondo una regola ritmata come il respiro o le pulsazioni del cuore.

In “Freak”, una delle opere esposte, si intuisce la sagoma di un uomo che si regge il capo con la mano sinistra, con le labbra serrate ad esprimere una radicale incomunicabilità, una solitudine metafisica che rievoca tanta letteratura del Novecento, da Pirandello a Kafka. La pittura non segue un disegno o una campitura, ma una sorta di tracciato energetico che percorre la tela diagonalmente, esprimendo una tensione ad evadere, ad uscire dal corpo alla ricerca di nuovi spazi e nuove dimensioni.

Altra opera esposta è “Tauromaquia”, tema caro agli artisti iberici, in cui la possente sagoma del toro si staglia sul fondo chiaro non più come simbolo di fierezza e nobiltà, ma come testimone di isolamento e sconfitta. Non è il toro furioso che dà spettacolo nell’arena, ma piuttosto è una carcassa abbandonata, che giace immobile sulla terra insanguinata. Sorge spontaneo il richiamo al Minotauro, in cui la forza bruta si fonde con la sensibilità umana, ma anche al toro raffigurato da Picasso in “Guernica”, che volge lo sguardo al bambino morente tra le braccia della madre.

Aìda Rubio Gonzàlez avverte il senso della pittura come azione creativa che si esplicita in corsa, libera da ogni impedimento, in uno slancio che carica l’evento di un esasperato vitalismo e lo rende irripetibile nella sua urgenza.

 

Marco di Mauro