DESIGN MODERNO NELLA NAPOLI ANTICA

 

Il progetto della stazione “Salvator Rosa” della metropolitana di Napoli ha ricevuto l’ambito riconoscimento “Il Principe e l’Architetto”, assegnato dal Comune di Bologna nell’ambito della rassegna “Europolis 2002”. Il premio è stato consegnato all’arch. Alessandro Mendini, autore del progetto, e all’assessore all’Urbanistica di Napoli, Rocco Papa, per avere contribuito a ridefinire il ruolo della metropolitana, che da semplice mezzo di trasporto è diventata un’occasione di riqualificazione urbana.

Come la Paradise Tower di Hiroshima, anche la stazione Salvator Rosa riflette la sensibilità ludica dell’architetto milanese. I tunnel rosa shocking, i vetri colorati, le superfici metalliche creano un’atmosfera sospesa fra l’onirico e il fiabesco, che costituisce la nota caratterizzante del suo stile. Questa sensazione viene esaltata dalle opere visionarie che si integrano nel progetto, secondo una concezione pubblica dell’arte che riunisce l’etica e l’estetica.

L’interno, che si sviluppa nelle viscere del sottosuolo, riesce a trasmettere una sensazione di grinta e di paradossale ariosità. Infatti, le pareti sono rivestite di acciaio cangiante, che ha la proprietà di riflettere la luce e il movimento, sì da moltiplicare le reali dimensioni degli spazi.

La struttura esterna si compone di un prisma di cemento foderato di marmo, da cui svetta una guglia iridescente che richiama gli antichi obelischi. La guglia non è solo un capriccio architettonico, come nei padiglioni di Villa Comunale (Napoli, 1998), ma anche un’allusione al fascio di luce che l’attraversa.

Fuori la stazione, nei ritagli di suolo non edificato, l’architetto ha ricavato un giardino dove i resti di un viadotto romano si affiancano a sculture contemporanee. Le nude superfici dei palazzi attigui, colossi di cemento armato, sono ravvivate dai mosaici di Mimmo Rotella, Gianni Pisani ed Ernesto Tatafiore. “Mendini – osserva il designer Riccardo Dalisi – ha trasformato una voragine di demolizione, un “non luogo” oppresso dalla speculazione edilizia, in un vero e proprio segno d'arte, cosa per lo meno insolita da queste parti.”

Ne parliamo direttamente con l’architetto, che ci illustra le idee portanti del suo progetto. “Le stazione metropolitane – dichiara Mendini – vanno considerate come opere estetiche, spezzoni di teatro esterno dotati di senso emotivo, adatti a coinvolgere gli abitanti, ad offrirsi come palcoscenici al pari di vie e piazze. Non solo l’architetto, ma anche l’artista, lo scenografo e il progettista delle luci sono gli operatori di queste opere integrate.

Fare interagire le arti visive fra loro, al fine di creare un suggestivo assemblaggio, è da tempo un assunto cui il nostro gruppo progettuale si applica con attenzione. L’idea è che la stazione, nuovo evento di “architettura di transito”, si configuri anche come luogo estetico e come passeggiata d’arte. In quest’ottica abbiamo chiamato gli artisti per dare immagine a dei frontespizi nudi, per ornare gli spazi con sculture e segnali.”

Fuori dal coro degli ammiratori si leva la voce autorevole del prof. Guido Donatone, storico dell’arte. “La stazione non è un esempio eccelso di architettura contemporanea – sostiene – possiamo appena definirla sufficiente, ma devo riconoscere a Mendini il merito di avere riqualificato uno squallido contesto di speculazione edilizia. Un merito relativo, però, da attribuire piuttosto alla folta schiera di artisti che hanno collaborato.

Non posso ugualmente lodare il restauro del viadotto romano, fuori la stazione, perché le massicce integrazioni hanno snaturato le rovine. Ora è difficile riconoscere la parte originale dalle integrazioni, ma questo è il modo di operare della Sovrintendenza archeologica.”

 

Marco di Mauro