ANDREA DE LIONE : LA PITTURA COME RACCONTO

 

Le grandi mostre richiedono tempi lunghi affinché se ne possa cogliere la valenza scientifica, traendone le opportune conclusioni in merito alle attribuzioni avanzate, alle scelte operate, ai confronti proposti o casualmente scaturiti. La mostra di Andrea De Lione, che si è appena conclusa presso la galleria Napolinobilissima, non solo ha contribuito a delineare la figura del pittore, tra i protagonisti della scena artistica napoletana del ’600, ma ha suggerito inedite relazioni con altri pittori a lui contemporanei, come il tedesco Heinrich Schönfeld e il fiammingo napoletanizzato Niccolò De Simone.

Andrea De Lione, vissuto a Napoli dal 1610 al 1685, fu un versatile narratore di battaglie senza eroi, di cavalieri all’assalto o in ritirata, di scene profane immerse in una natura selvatica e primordiale, eppure già classicizzata. Egli si formò negli anni ’20 nella rinomata bottega di Aniello Falcone – insieme con Salvator Rosa, Micco Spadaro e Carlo Coppola – dal quale apprese il gusto delle battaglie e l’attenzione naturalistica al mondo popolare. Nel corso degli anni ’30 i suoi occhi avidi e rapaci furano catturati dal linguaggio umile e popolaresco dei bamboccianti romani, poi dai preziosi cromatismi e dal denso pittoricismo del genovese Benedetto Castiglione, detto il Grechetto, infine dalla composta classicità di Poussin, intrisa di ricordi tizianeschi e veronesiani.

Un ruolo egemone, nelle tele di Andrea De Lione, è svolto dal paesaggio, che talora, come nella Ninfa dormiente svelata da un satiro, presenta i caratteri idealizzati del paesaggio idilliaco di Poussin, e talora, come nella Battaglia di cavalieri, assume connotati realistici nel cielo fosco e nelle polverose nubi, ai piedi di una montagna brulla che incombe sul campo di battaglia. A proposito della Venere dormiente – presentata nel 2007 da Viviana Farina con una verosimile attribuzione a Micco Spadaro, rilevandone l’ispirazione ai Baccanali di Tiziano allora in collezione vicereale a Napoli – ora, per la sottile e minuta descrizione del paesaggio e delle stesse figure, non si può non accogliere la più calzante attribuzione al De Lione, proposta dai curatori della mostra.

Perplessità attributive gravano anche sullo Scontro tra cavalieri, tradizionalmente attribuito ad Aniello Falcone, ma piuttosto da ascrivere ad Andrea De Lione, come suggeriscono i curatori della mostra. In effetti, se poniamo a confronto la tela in oggetto con la Battaglia di Clavijo di Falcone, anch’essa in mostra, rileviamo una sostanziale differenza nel modo di trattare le figure in secondo piano: più analitico e disegnativo nello Scontro tra cavalieri, più sciolto e sfumato nella Battaglia di Clavijo.

Ad illuminare i rapporti tra il De Lione e il Grechetto interviene, poi, il San Giorgio e il drago, autentico prelievo da una scena di battaglia, che nei riflessi argentei dell’armatura e nel rosso brillante della tunica del santo sembra richiamare la Presa degli armenti del Grechetto, oggi a Capodimonte. Ma la rappresentazione del santo come un milite romano, con i calzari, la corazza e l’elmo piumato, tradisce una indispensabile ispirazione a Poussin, allora considerato l’«exemplum romanitatis».

Ai cieli foschi delle battaglie di De Lione si collega la distesa di nuvole di Micco Spadaro nei Preparativi per una festa nella Villa di Poggioreale. Il pregevole dipinto, eseguito in collaborazione col bergamasco Viviano Codazzi, autore della nitida prospettiva architettonica, costituisce una delle diverse redazioni del tema eseguite da Spadaro e Codazzi. La redazione più famosa, proveniente dalla collezione napoletana di Giuseppe Carafa duca di Maddaloni, è oggi custodita nel Museo di Belle Arti di Besançon. All’interno della composizione si muovono vivaci figurine di aristocratici e servi, con i volti sommariamente delineati e le vesti animate da sapienti tocchi di luce. Sono proprio queste figurine, ben caratterizzate nonostante l’esecuzione sommaria, che ci permettono di stabilire un confronto con Heinrich Schönfeld, del quale è esposto il Riposo dopo la caccia. L’influsso di Schönfeld, presente a Napoli dal 1637 circa al 1649, interessa non solo Micco Spadaro, ma tutto l’ambiente falconiano, in particolare Salvator Rosa che riprese dal tedesco i soggetti esoterici e visionari.

Altro confronto inedito è quello con Niccolò De Simone, nativo di Liegi, ma attivo a Napoli dal 1636 al 1655, del quale è esposto il Mosè e il serpente di bronzo. Si tratta di un’affollata composizione che si pone a metà strada tra le pure atmosfere classiciste di Poussin e quelle, ancora intrise di ricordi naturalistici, dell’ambiente falconiano. Inoltre, nei corpi lividi degli israeliti morsi dai serpenti, possiamo scorgere un’eco di Mattia Preti, che offriva, con le sue celebri scene di peste, un esteso campionario di cadaveri distesi al suolo.

In conclusione, i curatori della mostra – Dario, Ivana e Vincenzo Porcini, Umberto Giacometti, Giuseppe Porzio e Ian Rosenfeld – hanno realizzato con mezzi limitati ciò che spesso le istituzioni pubbliche, con mezzi molto superiori, non sono in grado di compiere: una mostra che non aspira a spettacolarizzare un artista, bensì ad approfondirne la conoscenza.

 

Marco di Mauro