VERBANIA RICORDA ANDREA RUFFONI

 

Una materia logora, consunta, disidratata, eppure ancora viva, abitata da uno spirito oppresso che si annida nelle segrete cavità della superficie. L’opera di Andrea Ruffoni, in mostra fino al 28 ottobre presso il museo d’arte contemporanea “Casa Ceretti” di Verbania, incarna il pessimismo cosmico leopardiano nella porosità della materia combusta, nelle fitte rughe del supporto, nelle profonde lacerazioni della superficie che acquista un tono sofferto, dolente, tragico. L’assemblaggio di residui plastici, bruciati e anneriti dal fumo, esprime una concezione pessimistica della natura, che tende al nulla come conclusione del suo ciclo evolutivo. È una natura matrigna, indifferente all’uomo, al quale non dona la vita, intesa come pienezza dell’essere, ma solo un’arida esistenza, vale a dire un mero ciclo biologico. Nell’opera di Andrea Ruffoni si leggono i grumi di una figurazione esplosa, che sovente sono assorbiti dalle correnti magmatiche dell’informale, simili alle onde torbide di uno tsunami. Ma lo tsunami, pur nella sua furia omicida, è una potente manifestazione di vita, mentre le opere di Ruffoni sono residui organici in via di estinzione, che già trasudano un alito di morte. Tali residui, ingoiati da una coltre di pigmenti e colla, in cui rifluisce l’incontrollata passione dell’artista, sono bloccati sulla tavola di masonite o sull’armatura di ferro, fino a divenire parte integrante di una rete di segni. In questo processo sembra di cogliere l’eco di Arman e del Nouveau Realisme, che teorizzava la fusione del tradizionale binomio arte-vita.

Le sculture di Ruffoni, che ha trascorso gran parte della sua vita nell’isola dei Pescatori sul Lago Maggiore, si proiettano in una dimensione intima, evocativa, sviluppando una concezione centripeta dell’opera d’arte, che sollecita l’osservatore a volgere lo sguardo oltre la superficie, attraverso i graffi e le fenditure, in cerca del vero, di quel nocciolo esistenziale che sfugge alla percezione. Nella elementarità dei segni si percepisce una complessità di rimandi: il graffito, lo scabro, il combusto sono i segni del nostro passaggio, che lentamente distrugge la natura, in senso materiale e spirituale, col suo portato di violenza e devastazione.

Mediante l’arte, Andrea Ruffoni esterna e materializza le sue pulsioni, le sue angosce, le segrete vibrazioni del suo spirito, finché la tavola diventa lo spazio di una proiezione psicologica, espressione fedele di una sensibilità introversa e contemplativa, delusa e disillusa. Per usare una nota espressione di Paul Klee, “l’artista non rappresenta il visibile, ma rende visibile ciò che non sempre è visibile”.

 

Marco di Mauro