LA POP-ART APPRODA SULLE SPONDE DEL LAGO MAGGIORE

 

Chiuderà i battenti il 26 novembre, nel superbo scenario di Villa Ponti ad Arona, nel novarese, la mostra antologica di Andy Warhol, a cura di Carlo Occhipinti. L’esposizione, che già nel titolo “Made in Warhol” allude al nesso arte-mercato stabilito dal re della pop-art, presenta una serrata selezione di 140 opere, che illustrano l’intensa ricerca di Warhol dagli esordi fino alla morte nel 1987: dai disegni pubblicitari degli anni ’50, realizzati per un negozio di calzature, alle famose Campbell’s Soup; dai celeberrimi ritratti di Marilyn Monroe, Mao e Lenin, alle suggestive serie di Flowers, Cow, Eletric Chairs; dai ritratti di Lisa Minelli, Enrico Coveri, Man Ray, Gerard Depardieu, Joseph Beuys e di altri personaggi del jet set internazionale, alle affascinanti immagini di Ladies and Gentlemen e America, sino ad arrivare a The Last Supper, presentato a Milano nel 1987. Il tema di questa serigrafia, ispirata al Cenacolo di Leonardo, sembra prefigurare la morte dell’artista, che sarebbe deceduto di lì a poco, per un banale intervento alla cistifellea.

È opportuno incentrare la nostra rilfessione su alcuni capolavori, presi in prestito da collezioni private come quella di Ernesto Esposito, grande mecenate napoletano. In primis si segnala il ritratto di Joseph Beuys, lo “sciamano” dell’arte, che Warhol conobbe a Napoli nel 1980, grazie all’acuto gallerista Lucio Amelio, che promosse un confronto dialettico tra le varie correnti artistiche. Beuys e Warhol rappresentano, rispettivamente, il concettuale europeo e la pop-art americana, ovvero la condanna del capitalismo e la sua esaltazione, due poli opposti che paradossalmente si incontrano ed entrano in sintonia mediante l’arte. A Napoli, Warhol realizzò anche la serie Vesuvius, in cui l’immagine del vulcano che erutta assurge a metafora di una città in fermento, che fa esplodere la sua cratività in un tripudio di colori.

Andy Warhol è il cantore della società dei consumi, di quella società in cui non conta il prodotto, ma la sua etichetta più o meno reclamizzata, non conta la persona, ma la sua immagine trasmessa dai media. Un’immagine necessariamente bella, abilmente costruita per nascondere i tormenti, le inquietudini, le insicurezze che sono connaturate all’essere umano. È lo stesso Warhol ad ammetterlo, quando descrive il proprio autoritratto, depurato delle imperfezioni cutanee che, a suo dire, ne guastano i lineamenti. L’artista si giustifica dichiarando di aver eseguito un ritratto ideale, perché “l’arte è ciò che vuole il pubblico”, quindi non può essere sgradevole. Il successo della pop-art si deve proprio al suo fascino estetico, nonché alla forza comunicativa delle immagini iconizzate, che non richiedono alcuno sforzo di lettura o interpretazione. Ciò che emerge dalla mostra di Arona è appunto la straordinaria capacità diWarhol di manipolare i soggetti più comuni della cultura di massa americana, a volte ironizzandoli, a volte amplificandone gli effetti di suggestione.

 

Marco di Mauro