UN’ESPLOSIONE DI LINGUAGGI ALL’ARTFEST DI ROMA

 

Si è svolta a Roma la seconda edizione di Artfest, nel romantico scenario della Casa dell’Artista al Gianicolo. In una cornice deliziosa, che annulla la comune gerarchia tra l’artista e lo spettatore, Artfest si autorappresenta come un’immensa istallazione dove, in un continuum spaziale di scale e giardini, si dispongono fugaci le opere di pittura, scultura, videoarte, fotografia, performance… Un’esplosione di linguaggi che aggredisce, avvolge e travolge il pubblico, ignaro protagonista dell’opera d’arte. La seconda edizione delle kermesse ha avuto per tema i “Transiti”, intesi come passaggi che si susseguono veloci e simultanei, espressione della transitorietà, della precarietà, del disorientamento in cui opera l’uomo contemporaneo.

Tra i ventuno artisti invitati, il napoletano Enrico De Maio, che ha presentato una selezione delle sue sculture in vetro ed una seducente istallazione dal titolo “Dove guarda l’occhio del pesce”. L’istallazione è ispirata al mercato ittico di Porta Nolana, a Napoli, di cui esalta l’intrinseca teatralità, che si esprime nei gesti e nelle voci della folla, nelle movenze sinuose e contorte dei polpi, nei riverberi della luce sulle squame del pesce. Sono elementi che sfuggono alla percezione dell’uomo contemporaneo, che si dirige ormai verso il prodotto confezionato, scelto negli scaffali di un anonimo magazzino. Nell’era del supermercato si perde il gusto della tradizione, il contatto diretto con i pescatori, l’immagine delle reti appena ritirate e del pesce vivo che si agita nelle vasche. Non solo svanisce la tradizione, ma anche la sensibilità a coglierne il segno, la traccia, il significato.

L’artista napoletano, che si muove con originalità e coerenza nel campo dell’arte concettuale, conferma la sua poetica, che si traduce nel progressivo annullamento della materia per liberare l’anima, quell’essenza segreta e sfuggente che si cela nell’intimità delle cose. La volontà di superare il dato sensibile, di scavare nelle radici è una costante nell’opera di De Maio, sin dagli esordi negli anni Ottanta. È significativa, in tal senso, la scelta di operare con il vetro, che nella sua trasparenza e fragilità esprime la dissoluzione della materia, vinta dalla forza indomita dello spirito.

 

Marco di Mauro