UNA MOSTRA PER INDAGARE LE DIMENSIONI PERIFERICHE DEL VIVERE

 

È di scena a Giugliano di Napoli, nella chiesa delle Concezioniste, la collettiva d’arte contemporanea “Born-Out”, curata da Simona Barucco e Umberto Di Marino. La mostra è l’esito di un progetto avviato nel 2003, che mira ad intervenire sulle dimensioni periferiche del vivere con il linguaggio universale dell’arte. Concepito come work in progress, il progetto aspira ad estendersi, ad acquistare una dimensione internazionale, a coinvolgere altre personalità artistiche e curatoriali.

I protagonisti della mostra sono giovani artisti, sensibili alla ricaduta sociale del gesto artistico, che nasce da un’intima riflessione sul presente. Al centro della loro ricerca sono quei fenomeni “rituali” del nostro tempo, che condizionano il vivere contemporaneo eppure sfuggono ad una reale presa di coscienza.

L’abside della chiesa accoglie una variante delle famose “erbacce” di Riccardo Albanese, che non avevano nulla da offrire se non le proprie foglie acuminate. Ora le erbacce sono fiorite, ma il contenuto non cambia: i fiori selvatici, dipinti ad acquerello sui toni del grigio, a suggerire una bellezza oscurata dal degrado, formano una massa indistinta, come l’umanità che si lascia vivere in balia degli eventi. Fuori del foglio, un bocciolo spezzato si allontana, in balia del vento, segno di una speranza soffocata sul nascere.

La navata ospita un’installazione di Federico Del Vecchio, il quale adotta un linguaggio arido, asettico, per enfatizzare il contrasto tra una natura degenerata ed una tecnologia aberrante. L’artista presenta un ordigno tecnologico, incastrato nei rami di un albero secco, devitalizzato, che ha perso ogni sembianza organica. Sarà un albero di Cernobyl colpito dalle radiazioni nucleari, o forse una radice capovolta, risultato di un fallito esperimento genetico? Del Vecchio prefigura un paesaggio ibrido, dove la natura e l’artificio sono coinvolti in un inquietante gioco delle parti: la tecnologia si appropria dei codici naturali, la natura devitalizzata accoglie innesti meccanici, come nei più cupi film di fantascienza.

Negli spazi dell’antica sagrestia è allestito un trittico di Danilo Donzelli, che utilizza la fotografia come strumento di indagine ed interpretazione del territorio. Con sapiente uso delle tecniche, Donzelli volge l’obbiettivo sul paesaggio e focalizza la sua attenzione sul rapporto tra la natura e l’intervento dell’uomo. Un intervento che può essere devastante, come nella provincia di Napoli, oppure dolce ed equilibrato, come nelle foreste del Chiapas, dove un paio di ragazzi nudi pescano nelle acque limpide di un fiume.

Accanto alle fotografie di Donzelli sono quelle di Eugenio Tibaldi, trasfigurate dall’intervento pittorico. L’artista fotografa le zone più desolate della periferia di Napoli e poi, con acrilico bianco, occulta il paesaggio urbano lasciando in vista le lunghe file di manifesti pubblicitari o le montagne di rifiuti. Il numero spropositato dei manifesti annulla ogni possibilità di comunicazione e testimonia la follia di un sistema irrazionale, che sacrifica tutto all’interesse economico. La linea d’orizzonte è variata o occultata dall’acrilico, che impone un cambiamento di prospettiva. Le aste dei manifesti sono assimilate ad un bosco, una forma naturale che si integra positivamente nel paesaggio. Allo stesso modo, i copertoni abbandonati nelle discariche perdono ogni carica negativa per acquistare toni lirici e diventare, così, la materia per un’estetica paradossale.

Nel passaggio al coro è posto il video di Massimo Pianese: un susseguirsi di immagini che scorrono veloci come dal finestrino di un’automobile in corsa. L’opera allude alla precarietà e alla transitorietà della condizione umana nella società contemporanea, dove non c’è tempo per riflettere, assimilare, approfondire. Nella fugacità del nostro vivere, sottoposto a ritmi schizofrenici, si perde la dimensione interiore e spirituale.

 

Marco di Mauro