IL MITO RIVISITATO NELL’OPERA DI VINCENZO CACACE

 

È aperta fino al 3 gennaio 2004, alla galleria “Il Pilastro” di Santa Maria Capua Vetere, la personale di Vincenzo Cacace, che espone una selezione delle sue recenti pitture ad olio e a tempera. “Mito mediterraneo” – questo il titolo della mostra, presentata da Giorgio Agnisola ed Angelo Calabrese – documenta il “ritorno all’ordine” dell’artista irpino, che ha abbandonato la via dell’avanguardia per adottare un linguaggio figurativo più immediato, ma per niente superficiale.

Se le idee sono i modelli eterni delle cose, come diceva Platone, l’opera di Vincenzo Cacace non rappresenta le cose, ma le idee universali che vi sono riflesse. Nei suoi volti assorti, nei suoi scenari onirici, si ravvisa una densità metaforica che tramuta ogni segno in simbolo di una realtà sommersa, intima, trascendente. Il simbolo, ora indecifrabile, ora individuabile nella mitologia classica, si propone come chiave per interpretare l’anima. La pittura di Cacace è un popolarsi di segni e figure su scenari in apparenza aperti, invero privi di un punto di fuga, chiusi dalle nubi che si addensano all’orizzonte. Nella negata infinitezza di tali scenari si ravvisa l’intimità dell’artista, chiusa nei limiti dell’inconoscibile che è dentro e fuori di noi. L’artista irpino traduce sulla tela, con acceso lirismo, una proiezione psicologica molto intensa, un immaginario interiore denso di significati, un inconscio che prende forma in una visione mistica e sacrale.

“Comunemente – osserva il critico d’arte Angelo Calabrese – si parte dalla figurazione per approdare al concettuale, all’informale, al geometrico. Cacace ha svolto il percorso inverso ed ha scoperto nell’armonia classica, nell’immagine ideale, nella purezza della linea, il veicolo migliore per esprimere il proprio sentire. Attraverso il ricorso alla mitologia classica, l’artista coniuga la sapienza antica alla sensibilità moderna e rivela l’attualità di Giove, custode delle eterne leggi dell’universo, o di Ermes, metafora della creatività dell’uomo.”

 

Marco di Mauro