LA RICERCA DELL’«ESSENZA» NEL RACCONTO DI CARLO IMPROTA

 

C’era un abate, nella Francia del XII secolo, che aveva inteso pienamente il significato dell’arte e della bellezza. Era Suger, il dotto abate di Saint-Denis, il quale, in risposta a quanti condannavano il suo amore per l’oreficeria e le pietre preziose, esaltò il potere iniziatico della bellezza, in grado di elevare chi la contempla oltre la dimensione materiale e contingente, verso l’eterna purezza dello spirito. La sua idea di fondo è che la bellezza sensibile rappresenta, nella contemplazione intellettuale, il punto di partenza per passare dal visibile al suo fondamento intelligibile, e quindi alla vera natura di ciò che appare nella figura artistica. Questa concezione attribuisce alla bellezza creata, e alla realtà materiale in genere, una funzione anagogica, in grado cioè di condurre il pensiero al di là di se stesso. Allo stesso modo, il protagonista del racconto «L’essenzialista» di Carlo Improta – edito a Montepulciano da Thesan & Turan – viene catturato dall’opera di un oscuro pittore, Franco Rubi, che lo conduce oltre il quadro ed oltre la materia, aprendo nuovi orizzonti alla sua conoscenza. Attraverso la contemplazione dell’opera, infatti, egli perde la cognizione dello spazio fisico nel quale si trova per addentrarsi in una dimensione nuova, l’«essenziale», ormai affrancata da qualsiasi legame con la materia. L’«essenzialista», da cui il titolo del racconto, è appunto colui che vive dell’essenza delle cose, rigettando il mondo effimero delle apparenze, che tanto affascina i nostri sensi. Seguendo l’insegnamento di Platone, l’«essenzialista» ricerca l’essere al di là del non-essere, l’eterno al di là del contingente, lo spirito al di là della materia.

Il racconto di Carlo Improta, artista napoletano classe 1952, è un giallo ambientato ai margini del sistema dell’arte, laddove l’arte stessa vuol offrire delle risposte agli interrogativi morali che essa pone. Il protagonista Sergio Sentore non è un esperto d’arte, ma un osservatore profondo e sensibile, che giunge a contrapporsi alla critica ufficiale, qui rappresentata dalla dr.ssa Merani, direttrice di un importante museo. Il racconto prende le mosse da un bizzarro evento di cronaca: l’incursione di ignoti scassinatori nel Museo d’Arte contemporanea di Roma non per compiere un furto, come ci si aspetterebbe, ma per introdurvi un quadro dello sconosciuto pittore Franco Rubi. Sergio Sentore, il giornalista napoletano che ha l’onere di commentare l’accaduto, non si limita alla sterile cronaca, ma conduce una complessa inchiesta che assume i contorni di un percorso interiore alla ricerca delle verità esistenziali, delle ragioni profonde del vivere umano. La vicenda si muove, dunque, su due livelli ermeneutici dei quali l’indagine, prima giornalistica, poi anche poliziesca, è solo la dimensione tangibile di un’indagine filosofica volta a scoprire il senso della vita.

Uno dei pregi del racconto di Carlo Improta risiede nell’affascinante descrizione del borgo di Montepulciano, delle sue case di pietra e dei suoi cunicoli sotterranei, nei quali il protagonista va ricercando le testimonianze del pittore Franco Rubi. Come la visione del quadro, anche quella del paesaggio viene interiorizzata e si carica di valenze soggettive, che rispecchiano l’amore di Carlo Improta per il borgo medievale, in cui ha trovato rifugio dal caos della metropoli partenopea.

 

Marco di Mauro