IN USCITA UNA MONOGRAFIA CRITICA SU CHRISTIAN LEPERINO

 

Ponticelli, periferia est di Napoli, duro quartiere industriale in cerca di riscatto, dove si alternano capannoni dismessi, discariche abusive, prefabbricati di amianto. È lì che nasce nel 1979 Christian Leperino, artista di punta nel panorama italiano, al quale la Paparo Edizioni ha dedicato una monografia critica di prossima uscita.

Sin dall’adolescenza, Christian Leperino impugna una bomboletta e racconta il disagio della periferia sui muri delle fabbriche. I suoi genitori sono agenti di polizia, lontani dal mondo dell’arte, ma gli impartiscono un’educazione libera ed assecondano le sue inclinazioni. Infatti Christian frequenta il liceo artistico e poi l’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove ha l’opportunità di confrontarsi con altri e sperimentare nuovi linguaggi, fino a maturare la propria cifra stilistica. Gianni Pisani, suo maestro di pittura, gli trasmette l’amore per la manualità, intesa come rapporto intimo, quasi carnale, con la materia pittorica. La conoscenza dell’arte moderna e contemporanea, da Tiziano a Francis Bacon, lo spinge ad innestare sul linguaggio dei writers le suggestioni del naturalismo caravaggesco e dell’espressionismo nordico. La volontà di coniugare l’arte colta e la street-art si esprime con piena evidenza in “Babe-ké”, un busto dai lineamenti deformati che ingoia una pasticca. La scultura è realizzata in marmo di Carrara, materiale nobile che implica un richiamo all’arte classica, ma gli inserti di stoffa, cera e peluche trasportano l’immagine in una dimensione attuale.

Christian Leperino è giunto alla ribalta della scena artistica napoletana con umiltà e determinazione, proponendo un linguaggio violento, permeato di angoscia, alienazione, disagio esistenziale. Protagonisti delle sue tele sono giovani dai volti assenti, sconvolti dalle droghe, che si lasciano vivere come steli d’erba, in stato d’incoscienza, travolti dal flusso degli eventi. Sono corpi agonizzanti che ondeggiano, piuttosto che danzare, ai ritmi assordanti della musica techno. La droga ha già esaurito la sua carica eccitante ed ha rivelato i suoi effetti più deleteri: lo smarrimento, il calo di energia, la perdita di identità.

L’artista trae ispirazione dall’ambiente dei rave party per rappresentare la paralisi spirituale della nostra società, che ha bisogno di emozioni artificiali per sopperire ad un vuoto interiore. Un vuoto che non può essere colmato, se non in modo illusorio, da sostanze allucinogene o stupefacenti.

Il disagio esistenziale di Christian Leperino si traduce nella gestualità del segno, riflesso autentico di un impulso interiore, e nella insistita deformazione dei tratti somatici, memore di Francis Bacon. I suoi dipinti portano in superficie gli abissi della coscienza, evocano visioni apocalittiche e scenari spettrali dove la morte è dietro l’angolo, in trepida attesa. In ogni pennellata trapela il sentimento della precarietà dell’essere, della fugacità della vita, dell’imprevedibilità della morte, gli stessi temi che ispirano i giovani scrittori americani, da Bret Easton Ellis e Nick McDonell.

Il giovane artista, teso alla sperimentazione e alla ricerca di nuove modalità espressive, si propone anche come regista, attore e performer. Giova ricordare il video “Quarta Parete”, col quale partecipò alla Biennale di Sarajevo del 2000, e la performance “Rawe off”, presentata nel 2001 alla galleria Franco Riccardo di Napoli. “Rawe off” si svolge all’interno di un capannone industriale, dove la scorsa notte si è svolto un rave party. Christian ritorna in quel luogo, armato di pittura spray, per dipingere i volti straziati dei giovani che ha incontrato. I fantasmi di quella notte si materializzano davanti ai suoi occhi, come fotografie istantanee, e alla luce del sole manifestano, con brutale evidenza, la propria tragicità. L’artista, assalito dall’angoscia e ansioso di reagire alla decadenza, aggredisce la superficie con i colori acidi delle sue bombolette, che scivolano sulla carta come rivoli di sangue. Nella performance si coglie la volontà di saldare il tradizionale binomio arte-vita, calando l’opera nell’ambiente al quale è ispirata, laddove ancora si respirano le suggestioni e i sentimenti di un’esperienza vissuta. Il rapporto con il vivere quotidiano, tra le nebbie della periferia industriale e le luci della vita notturna, tra l’ambiente di strada e quello dell’accademia, è costante nell’opera di Christian Leperino e si lega alla sua concezione dell’arte.

 

Marco di Mauro