SULLA SCIA DI PAUL KLEE

 

“L’arte non rappresenta il visibile, ma rende visibile ciò che non sempre è visibile”. Lo diceva Paul Klee ai primi del ‘900, annunciando gli sviluppi dell’arte moderna dall’espressionismo al surrealismo, dall’informale al concettuale. Su questa scia si pongono i nove artisti campani che partecipano alla collettiva “Comunicare l’invisibile”, che sarà inaugurata il 16 aprile presso il cinema-teatro Le Maschere di Arzano in provincia di Napoli. Essi intendono la pittura come mezzo per veicolare istanze trascendenti piuttosto che di riproduzione del reale, come dichiarano le opere esposte, di forte impatto visivo e di alta concentrazione emotiva.

Vincenzo Aulitto affronta il tema dell’incomunicabilità nelle relazioni umane. Il suo dittico si compone di una tavola rossa ed una bianca, ambedue attraversate da lame di alluminio. Le superfici accolgono decine di occhi senza volto, occhi profondi e inquieti che non osano guardare. Il rosso è la vita che pulsa, la lama è la negazione della vita stessa, ma è anche uno specchio che instaura un muto dialogo con l’esterno, rinviando ancora al tema dell’incomunicabilità.

Salvio Capuano esprime la solitudine metafisica del soggetto attraverso due maschere, una nera ed impenetrabile, un’altra pura e trasparente. L’opposizione delle maschere rinvia a due capolavori del teatro di Pirandello: “Come tu mi vuoi”, che presenta il conflitto tra l’essere e l’apparire; e “Sei personaggi in cerca d’autore”, in cui l’aspirazione dei personaggi a comunicare è impedita dalla diversa natura degli attori, che possono fingere, ma non incarnare i loro sentimenti.

Antonio Ciraci adotta un linguaggio rude, arcaico, primitivo per svelare gli archetipi sui quali poggia la civiltà contemporanea. Le sue figure hanno la fissità degli idoli preistorici, in cui risiede un valore simbolico ed amuletico che conduce alle radici del sentimento esistenziale. Sono figure consumate, segnate da graffi e abrasioni, stremate dal tempo e dall’usura, eppure ancora vive, ancora dotate di una cocente spiritualità.

Claudio Infante presenta uno specchio ricoperto da ritagli di giornale, metafora dell’inganno mediatico che altera la nostra percezione del mondo. Una mano sottile naviga nell’oceano di carte patinate, che nella sua circolarità allude alla geometria dell’universo, ma anche al moto circolare della vita e della storia umana. La mano è quella di un uomo smarrito, che incede all’affannosa ricerca di se stesso, novello Ulisse ammaliato dalle sirene mediatiche.

Nunzio Figliolini imprime sulla tela l’ombra della sua mano, spargendo il colore sulle superfici libere. L’ombra, in quanto priva di volume e di consistenza, esprime un’ideale dissoluzione della materia per liberare lo spirito, ovvero l’essenza che si cela nell’intimità delle cose. La sua mano, riprodotta “in negativo”, diventa un campo di energia, di forza compressa, che rimanda concretamente al fare, all’incessante attività dell’uomo per edificare il suo futuro.

Adele Monaco sintetizza il corpo umano in forme astratte, definite da una linea morbida che profila sporgenze e avvallamenti. Il moltiplicarsi delle linee sottolinea la tensione muscolare e genera un’idea di movimento, in cui può leggersi un intimo pulsare di emozioni che affiorano sotto la pelle. Attraverso l’implosione dei corpi, l’artista vuole rappresentare i moti dell’anima, la spiritualità che scuote la materia dall’interno, fino a travolgere le superfici.

Peppe Pappa elabora al computer le sue fotografie e, mediante l’associazione di soggetti diversi,  suggerisce significati e valenze ulteriori. L’opera in mostra nasce dalla fusione tra il busto di una giovane donna ed il suo corpo, che sostituisce i lineamenti del volto. Come il Faust di Goethe, Peppe Pappa manifesta due anime discordanti: la prima lo tiene ancorato alla vita ed alla bellezza carnale, la seconda lo proietta verso una purezza assoluta.

Fabio Spataro, mosso dalla ricerca di una forma pura, ha sviluppato una pittura intensamente lirica, abitata da figure evanescenti che vibrano nello spazio. La purificazione del segno si spinge fino ai confini dell’astrazione: Fabio svuota i corpi lasciando appena la sagoma, evocazione di un’umanità dimessa che si interroga sul proprio destino. La materia non esiste più, si è dissolta poeticamente in quella remota regione dei corpi in cui risiede lo spirito.

La pittura di Sergio Spataro è fatta di segni incisivi, di presenze forti che si impongono all’esterno. Oggetto della sua indagine è l’uomo, che rinunzia ai piaceri della vita per inseguire la propria vanità. Sergio lo associa al golem, il gigante d’argilla della tradizione ebraica, che esegue gli ordini senza pensare. Ma il golem è depurato dei suoi attributi magici per assumere i connotati grotteschi del “mamozio” napoletano, parodia dell’uomo superbo e avido di potere.

 

Marco di Mauro