IL FUTURISMO NAPOLETANO ESCE DAL BUIO

 

Guglielmo Roehrssen e Giuseppe Antonello Leone, due maestri del secondo futurismo, sono tornati in cattedra per una conferenza sul tema dei “Futurismi partenopei”. La conferenza, promossa dall’associazione culturale Megaris, ha fatto luce su un capitolo controverso e affascinante della storia napoletana, su quelle istanze futuriste che, in tempi e modi diversi, hanno contagiato tre generazioni di artisti, da Francesco Cangiullo fino a Pasquale Forgione. Il movimento approda a Napoli il 14 febbraio 1909, quando “La Tavola Rotonda” pubblica il manifesto di Marinetti, con una settimana di anticipo sul blasonato “Le Figaro” di Parigi. I salotti napoletani, però, tardano a cogliere la portata rivoluzionaria del movimento, al quale rivolgono stroncature e note di biasimo. Benedetto Croce, che riceve direttamente la lettera di Marinetti, preferisce non esprimersi, forse subodorando i suoi futuri conflitti col movimento. Tra le rare voci di consenso, si segnala per acume quella di Cino Spada, che esalta i poeti futuristi sul giornale satirico “Monsignor Perrelli”.

L’ostilità degli ambienti accademici non impedisce, tuttavia, lo sviluppo di un futurismo napoletano, sollecitato dalla mostra del 1914 alla galleria Sprovieri, con opere di Boccioni, Balla e Severini, e dal “Manifesto futurista ai pittori meridionali”, pubblicato nel 1916 su “Vela Latina”. Il manifesto, elaborato da Umberto Boccioni, costituisce un atto d’accusa contro le autorità accademiche, responsabili del gusto oleografico e provinciale che funesta gli ambienti artistici meridionali.

Nel 1929, Napoli si impone come uno dei centri del secondo futurismo, grazie ai soggiorni di Marinetti e all’insegnamento di Emilio Notte, che ottiene la cattedra di pittura all’Accademia di Belle Arti. Entrambi hanno un peso determinante sulla formazione di Roehrssen, Leone e Piscopo, che sono ancora vivi e attivi, nonché sulle tendenze dei “circumvisionisti” Carlo Cocchia, Mario Lepore, Luigi Pepe Diaz, Paolo Ricci, Guglielmo Peirce e Antonio D’Ambrosio. Un recupero di tematiche futuriste si ravvisa nell’opera di alcuni artisti contemporanei, come Rino Volpe e Pasquale Forgione, che prediligono il dinamismo, la sintesi, la linea obliqua.

Giuseppe Leone ha raccontato alcuni aneddoti relativi alla sua esperienza futurista: “Venivo da un paese della provincia irpina, Pratola Serra, e ogni giorno dovevo alzarmi alle 3 di notte per studiare a Napoli. Fondamentale fu la conoscenza di Settimio Lauriello, che portò a Napoli quella volontà di ribellione e rinnovamento che animava gli ambienti culturali della capitale. Subito fui contagiato dalla sua personalità, dalle sue idee, anche se ciò mi costò l’espulsione dell’Accademia, nel 1937. La mia adesione al futurismo fu sollecitata anche dall’incontro con Marinetti, che si esibì al teatro di Avellino con una performance illuminante. Per l’occasione feci filone e raggiunsi il teatro in compagnia di amici. Eravamo ansiosi e intimoriti quando finalmente si aprì il sipario, ed apparve Marinetti con una scatola di fiammiferi ed un pacchetto di sigarette dal nome allusivo: Eva. Lasciò bruciare il primo fiammifero, poi accese la sigaretta e, in silenzio, la fece girare in aria. Il fumo delineava delle forme in movimento, come una scultura. Infine Marinetti baciò la sigaretta e la spense in un bicchiere d’acqua. Allora compresi la forza comunicativa dei gesti.”

Guglielmo Roehrssen aderì al futurismo nei primi anni ‘30 e da allora le sue sculture si distinguono per uno stile sintetico, essenziale, eppure capace di trasmettere un vivo senso del movimento. “Nel 1933 ebbi una folle proposta dall’amico Vittorio Piscopo. – ha raccontato l’artista di Ercolano – Mi chiese di realizzare due opere in quattro giorni per una mostra futurista. Fu una sfida che accettai volentieri e la mostra, seppure criticata dalle istituzioni, ebbe un’ottima recensione su “Il Mattino”. Sotto il fascismo ebbi diverse commissioni, nonostante la libertà del mio stile. Un dirigente illuminato come Lionello Balestrieri mi chiamò per eseguire dei rilievi sul monumento dedicato ad Aurelio Padovani, in piazza Santa Maria degli Angeli. Il monumento, che recava le firme illustri di De Veroli e Canino, fu demolito per motivi politici dal sindaco Valenzi.” Va ricordato che Balestrieri, durante i lunghi anni trascorsi a Parigi, era rimasto estraneo all’impressionismo, al simbolismo, ai Fauves, ai Nabis, ma si era legato all’ambiente romantico e bohémien dei pittori italiani, assaporando anche le idee futuriste di Marinetti.

Vittorio Piscopo aderì al futurismo nel 1933, dopo aver ammirato un quadro di Lionello Balestrieri, che esaltava la modernità contro ogni passatismo. Lionello, che allora dirigeva l’Istituto d’Arte di Napoli, aveva rappresentato il Duce alla guida di un’automobile, con un volante d’acciaio nelle mani.

Dalla conferenza è emerso che l’associazione al fascismo ha originato un’errata valutazione del movimento futurista, tale da condannare all’oblio alcuni artisti eccellenti. Per evitare gli equivoci in cui sono incorsi i critici del dopoguerra, bisogna considerare due fattori: da un lato, in quel periodo era quasi impossibile rifiutare la tessera del partito; dall’altro, il fascismo non ebbe solo burocrati ottusi e intransigenti. La sua politica culturale alternò momenti di rigore ad altri di maggiore elasticità e non mancarono, anche ai vertici del sistema politico, persone colte, sensibili all’arte, in grado di riconoscere la qualità di un’opera. È significativo, in tal senso, che Giuseppe Antonello Leone sia stato premiato alla Biennale di Venezia, nel 1940, con un’opera che non rispondeva ai canoni classici. Due anni più tardi, al Premio Bergamo istituito da Bottai, fu premiata la Crocifissione di Renato Guttuso, che esprime tragicamente, con linguaggio cubista, il dramma della guerra e le ingiuste sofferenze del popolo.

 

Marco di Mauro