L’OPERA DI DAMIEN HIRST AL MUSEO ARCHEOLOGICO DI NAPOLI

 

L’iperrealismo britannico approda al Museo Archeologico con la rassegna antologica di Damien Hirst, uno degli artisti più popolari e controversi sulla scena mondiale. Esponente di spicco della rinascita culturale di Londra negli anni Ottanta, Damien Hirst esprime le inquietudini e le contraddizioni della società postindustriale, le ambiguità e le insidie del progresso scientifico. Nelle sue opere, di grande impatto visivo ed emotivo, si assiste alla sublimazione della decadenza, della morte, della dissoluzione, alla quale Hirst tenta di opporsi applicando le farfalle sulla tela o immergendo gli animali nella formaldeide.

Il salone inferiore del museo ospita “Hymn”, una delle opere più significative dell’artista inglese, che rappresenta un uomo sezionato come una cavia da laboratorio. Il pubblico napoletano può istituire un confronto con le macchine anatomiche del principe di Sansevero, emblema della scienza illuminista, che ancora subiva il fascino dell’uomo nella sua indeterminatezza e inconoscibilità. “Hymn” è la gelida espressione dell’uomo postmoderno, quello che Alberto Moravia, con espressione calzante, definiva “un tubo digerente con le gambe”.

La tradizione pittorica rivive, con ostentata ricerca dello shock, nello stuolo di mosche intrappolate sulla tela o nei dipinti psichedelici, aventi per titolo delle formule chimiche. Più interessanti, nella loro essenzialità, sono le superfici monocrome violate da farfalle che hanno concluso l’ultimo volo nella pittura fresca.

Il sentimento della morte emerge con forza nell’installazione di oggetti avulsi dalla realtà e chiusi in teche trasparenti: siringhe, pasticche, scheletri, arnesi chirurgici e salme di animali. Un kit da laboratorio nazista che rievoca l’atmosfera asettica di “Pharmacy”, il famoso ristorante aperto da Hirst nel distretto londinese di Notting Hill. I corpi isolati nelle teche diventano microcosmi sotto vetro, metafora del ciclo vitale e del conflitto esistenziale che grava sull’uomo, nel proprio intimo e nel rapporto con gli altri.

Non possiamo esprimere un giudizio così lusinghiero sugli animali sezionati, che catturano l’attenzione del pubblico per la ripugnanza delle viscere, piuttosto che per l’originalità dei contenuti. Viene da chiedersi se sia ancora possibile, dopo le azioni estreme di Rudolf Schwarzkogler, Hermann Nitsch o Günter Brus, sentirsi liberi di osare senza cadere nelle maglie del deja vu, della provocazione fine a se stessa, o del facile anarchismo che degenera in volgarità. Una pecca di Damien Hirst è proprio quella di voler suscitare scandali ad effetto: gli americani non dimenticano le sue dichiarazioni pubbliche in merito alla strage delle Twin Towers, quando si è congratulato con i terroristi per aver realizzato qualcosa che nessun artista riteneva possibile.

La rassegna, curata da Eduardo Cicelyn, Mario Codognato e Mirta D’Argenzio, sarà visitabile sino al 31 gennaio 2005 negli orari di apertura del Museo Archeologico.

 

Marco di Mauro