L’ ORRORE DELL’ HINTERLAND DI NAPOLI NELL’ OPERA DI

DOMENICO NAPOLITANO

 

Sarà inaugurata venerdì 22 giugno, presso il Museo Archeologico di Calatia a Maddaloni, la personale di Domenico Napolitano dal titolo “Knippe”, che vuol dire “scoria, detrito”. L’artista focalizza la sua indagine sulla periferia nord di Napoli, una periferia atrocemente disumana, che si sviluppa senza regole e senza piani regolatori, in un sistema anarchico che privilegia l’interesse privato al bene pubblico. Qui nascono intere città abusive e poi, a suon di mazzette, si realizzano le condutture del gas, dell’acqua, della luce elettrica, ma questo è “normale”. Così come è “normale” per gli abitanti di Melito o Casandrino andare fino a Giugliano per un posto di polizia, o fino ad Aversa per un pronto soccorso, o fino a Mugnano per la metropolitana. I cumuli di immondizia che invadono le strade sono ormai assimilati al paesaggio urbano: non si riconosce più la differenza tra un’ecoballa ed una installazione di Christo, tra una montagna di scorie radioattive e l’innocua montagna di sale di Mimmo Paladino.

È questa la realtà di Domenico Napolitano, il quale non avverte quel bisogno di “estetizzare il brutto” che caratterizza molti artisti americani, anzi vuol esibire l’orrore di una periferia impossibile per sollecitare una presa di coscienza, una reazione, una rivolta. Napolitano, che vive ed opera nelle lande desolate dell’agro aversano, si addentra con la sua telecamera nelle terre di nessuno ai margini dell’Asse Mediano, indugia sui particolari più aberranti, ci esorta a riflettere sulla precarietà della vita in un contesto atrocemente disumano. A nulla servono le parole rassicuranti di Antonio Bassolino e del suo entourage, la questione dei rifiuti ha raggiunto dimensioni epiche: come gli ebrei nella Germania nazista, i cittadini campani del terzo millennio sono diventati le cavie di un esperimento mostruoso, che illustra i danni dell’inquinamento sulla salute umana.

Lo attesta l’agghiacciante reportage di Alfredo Mazza, ricercatore di Fisiologia clinica del CNR, pubblicato nella sezione di oncologia della prestigiosa rivista “Lancet”. L’indagine rivela che nel “triangolo della morte” definito da Nola, Acerra e Marigliano, l’indice di mortalità per tumore al fegato ogni 100mila abitanti sfiora il 35.9 per gli uomini e il 20.5 per le donne, rispetto a una media nazionale che è di 14.0. Mortalità ben più alta che nel resto d’Italia anche per il cancro alla vescica, al sistema nervoso e alla prostata.

Di fronte ad una realtà così aberrante, Domenico Napolitano ha scelto di abbandonare il lirismo della pittura astratta e di recuperare quel nesso arte-vita, più volte affermato dalle avanguardie storiche, attraverso il linguaggio verista della fotografia e del video. Le sue fotografie, spesso accompagnate da numeri, lettere e sottili interventi pittorici, sono brutali persino nelle inquadrature. La simmetria non è data dall’inquadratura, bensì dal rispecchiamento dell’immagine realizzato con Photoshop, il più comune dei programmi grafici. L’artista ci mostra che il brutto non è una qualità insita nell’oggetto, ma è la sua forma naturale e incontrovertibile, la sua verità che non può essere sublimata o estetizzata, a meno di non voler mistificare la realtà.

 

Marco di Mauro