LA STORIA VISSUTA NEI RACCONTI DI ANTONUCCI

 

Il volto e le mani sono quelle parti dell’uomo che precedono il sé, proiettandosi fisicamente all’esterno, nello spazio sociale, laddove gli individui interagiscono attraverso una muta corrispondenza di espressioni e di gesti, che prepara e istruisce la comunicazione verbale. Così l’intenso autoritratto di Emanuele Antonucci, che si ritrae nello studio in atto di scrivere le sue memorie, precede la sua raccolta di racconti dal titolo “Il cortile del Salvatore”, edita a Napoli per i tipi dell’Istituto Geografico Editoriale Italiano.

L’artista napoletano si racconta con umile sincerità, ci rende partecipi del suo passato, ci invita ad entrare nel suo mondo poetico e memoriale, popolato di figure ambigue, sfuggenti, definite da pochi tratti marcati che lasciano ampi margini alla fantasia. Penso a Gino, fratello del narratore, descritto come un ragazzo bruno, di media corporatura, che viene chiamato alle armi mentre si crogiola sulla sua poltrona di bambù, oppure alla giovane Liliana, col suo dolce sorriso incorniciato dalle morbide trecce, un sorriso destinato a svanire dopo l’adolescenza. Sono le stesse figure che popolano i suoi dipinti, ritratti antiretorici di un’umanità dimessa che, più o meno consapevolmente, partecipa ai grandi eventi del Novecento, dal fascismo alle quattro giornate di Napoli, dalla seconda guerra mondiale al boom economico degli anni ’50, fino agli scioperi e alle lotte operaie degli anni ‘60. Il popolo di Antonucci si lascia coinvolgere e trascinare da questi eventi, talvolta vi partecipa con entusiasmo, talvolta con passiva accettazione, ma ciò che il racconto fa emergere è la profonda estraneità dei personaggi alle scelte decisive, l’ignoranza delle cause e dei moventi che determinano le azioni politiche. Insomma, la storia cammina sopra di loro, è un ciclone che travolge tutto ciò che incontra e lo restituisce in macerie quando ha esaurito la sua forza devastante.

Ma nei racconti di Antonucci c’è spazio anche per il gioco, le domeniche allo stadio, le allegre passeggiate, gli “abbordaggi” alle belle fanciulle che non sempre gradivano la sua audacia. Eppure le sue avances, molto più eleganti e pudiche di quelle che oggi dilagano in società, non andavano oltre la carezza sulla spalla durante la visione di un film.

Antonucci si presenta come un giovane vivace e scanzonato dai baffetti maliziosi, poco propenso allo studio, ma innamorato della bellezza nelle sue multiformi espressioni, dalle donne al paesaggio, dalle automobili fino alla pittura, che lo accompagnerà dagli anni ’50 fino ad oggi.

 

Marco di Mauro