SCATOLOGIA ED ESCATOLOGIA ALLA GALLERIA AKNEOS

 

Ha lasciato il segno la mostra “[E]sc[h]atology”, a cura di Marrie Sanida, che si è appena conclusa alla galleria Akneos di Napoli.  Vi hanno partecipato tre artisti: Enrico De Maio, Marco Formisano e Poka Yio, che hanno variamente interpretato le relazioni tra escatologia e scatologia, ovvero tra lo spirito e la materia, il sacro e il profano, l’essere e il non-essere. Una relazione tra due termini che sembrano antitetici, ma in realtà non lo sono, poiché l’escremento concima la terra favorendo il nascere di una nuova vita, allo stesso modo in cui, nell’escatologia  cristiana, il giudizio finale non segna la fine dell’uomo ma il passaggio ad un’altra forma di esistenza, in cui lo spirito e il corpo sono definitivamente riuniti.

Ne è consapevole Enrico De Maio, che realizza il concetto di ascensione attraverso una scala a pioli, che poggia sulle fronde di un albero inaridito. Sia la scala che l’albero affondano le proprie radici in una vasca d’olio combusto, che idealmente affonda in profondità, in quegli abissi della coscienza mai raggiunti dalla luce rischiarante della ragione. Come nel vestibolo della Biblioteca Laurenziana di Michelangelo, così nell’opera di De Maio la conoscenza del vero si pone al vertice della scala, dove la materia putrida e nera è sopravanzata dalla trasparenza del vetro, lucida metafora della verità assoluto, che rappresenta, nel cristianesimo e nella filosofia occidentale, il fine ultimo dell’esistenza. E nella nostra mente risuonano le parole di Ulisse nella celebre terzina dantesca: «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza».

Invece Marco Formisano affronta il tema della mostra con una pittura grassa e untuosa, torbida e scura come materiale defecato, che ritrae volti straniti e allucinanti, contratti in una smorfia di dolore. Sono i volti di persone stranite, inquiete, alienate, possedute da un’angoscia esistenziale che corrode l’anima, azzerando i suoi naturali impulsi ad esprimersi e ad interagire con il mondo esterno. Essi hanno gli occhi, ma non guardano; hanno la bocca, ma non parlano; hanno la vita, ma non vivono perché ne hanno smarrito il significato. Nei loro volti devitalizzati, già cadaverici, si assiste all’emergere del nulla nell’esistenza umana, ovvero allo svuotarsi del mondo esterno a ogni volontà dell'esistenza. Un vuoto immenso, buio, opprimente, risucchia l’anima di questi individui, condannati ad esistere senza vivere.

Poka Yio, infine, gioca con il suono della parola ‘kakao’ (‘cacao’ in greco) che rimanda alla parola ‘kaka’ (‘escremento’ in greco). Sul soffitto della galleria è attivata l’unione alchemica dei due elementi: la cioccolata si trasforma nelle tenebre onnivore degli istinti primari, poiché rappresenta il desiderio di plasmarla in deliziose pietanze. Essa è l’oscura forza che seduce e costringe ad una reazione, evidenziando, paradossalmente, il fascino attraente e ingannevole dell’oro. Gli alchimisti sostenevano che il proprio oro era speciale; allo stesso modo, nel lavoro dell’artista diventa il più prezioso eppure il più sporco dei metalli, che non governa più l’esistenza ma la impone. Una serie di sfere anali di cioccolato, nella forma del serpente che si morde la coda, sembra rivelare un viaggio esoterico lungo le imperscrutabili vie della mente, in un cerchio auto-perpetuante di affermazione di identità ed integrità del carattere.

 

Marco di Mauro