IL SUCCESSO DI “EUROPA PRESENTE” A NAPOLI

 

Si è chiusa tra i consensi del pubblico e i lusinghieri giudizi della critica la collettiva “Europa presente”, a cura di Stefano Taccone, allestita a Napoli presso la chiesa dell’Incoronata. Vi hanno partecipato undici artisti di varia nazionalità, chiamati a trasmettere, attraverso le opere, valori di rispetto e solidarietà verso l’immigrato che approda sui nostri lidi, in fuga da guerre e carestie. Gli artisti hanno saputo interpretare il tema loro proposto con acutezza e sensibilità, senza cadere nella commiserazione o nella retorica dell’immigrato come soggetto “da tollerare”. Tra le opere di maggiore impatto emotivo è certamente quella di Anja Puntari, che ha stampato su alluminio i volti, ricostruiti al computer, di quattro immigrati non riconosciuti, emersi dai fondali marini al largo di Lampedusa. I volti, evanescenti come spiriti già affrancati dalla corporeità, appaiono finalmente rilassati, con le labbra appena dischiuse ad accennare un sorriso, come se la morte gli avesse dato quella serenità che in vita non hanno mai trovato. I lineamenti sfocati e sbiaditi sono assorbiti dal bianco abbacinante del fondo, in un processo di poetica smaterializzazione della figura che, malgrado tutto, è ancora viva. Come insegna Foscolo ne I sepolcri, è proprio il nostro ricordo, veicolato dall’opera d’arte, a tenere in vita questi uomini e donne senza nome, naufragati in acque straniere in quel giorno maledetto in cui osarono sperare.

Altra opera densa di contenuti è quella di Ur5o, che ha riposto in un armadio specchiante quattro tute mimetiche, dai grotteschi lineamenti occidentali, per ironizzare sulla necessità del travestimento per integrarsi in Europa. La tuta è un’eloquente metafora della rinunzia alla propria identità, una rinunzia volontaria – direbbero i nostri governanti – ma certamente indotta da una società conformista che respinge il diverso. L’unica parte del corpo che non ha bisogno di essere camuffata è il palmo rosa delle mani, che accomuna tutti i popoli, a testimonianza che il “fare” umano non ammette distinzioni etniche. Le tute mimetiche dei bambini, nascoste nei contenitori per alimenti, ci invitano a riflettere sui mille ostacoli che la legge frappone al ricongiungimento familiare, incoraggiando l’immigrazione clandestina.

All’irragionevole distinzione tra immigrati regolari e clandestini è ispirata l’installazione di Benoit Burquel e Giuliana Racco, che hanno impilato centinaia di domande per il permesso di soggiorno e le hanno imballate con del nastro rosso, che allude al diniego opposto dai governi a una sana politica di integrazione. Il nastro rosso richiama i catarifrangenti che si applicano dietro i camion, a testimonianza della condizione disumana dei migranti, che al pari di merci illegali, non godono del diritto alla libera circolazione. Le pile di domande si offrono al pubblico come panchine per alleviare le interminabili attese in questura, dove gli immigrati devono recarsi ogni anno per il rinnovo del permesso di soggiorno.

Analoghi contenuti ispirano: le fotografie di Vincenzo Starnone, che illustra il mondo sommerso dei lava-vetri, che si appostano ai semafori per “estorcere” il loro pane quotidiano; i video di Alì Assaf, Vittorio Corsini, Raffaella Crispino, Hyun-Joo Min e SenzaFissaDimora, incentrati sul dialogo e la reciprocità nel rispetto delle differenze; e la performance di MaraM, che ha posato per due ore su una pila di zerbini, metafora dell’accesso negato alla porta del benessere occidentale.

 

Marci di Mauro