SINTONIE E DISSONANZE AL MONASTERO DI SAN LORENZO

 

Si intitola “Experimenta Linguae” la mostra di Anna Pozzuoli e Livio Marino Atellano, che si è appena conclusa nel monastero di San Lorenzo Maggiore a Napoli. I due scultori hanno voluto trasmettere il senso di una sperimentazione intesa non come esercizio formale, bensì come ricerca di un linguaggio aderente al proprio sentire.

Anna Pozzuoli afferma, mediante una sapiente lavorazione dei metalli, trattati come esili membrane che si lasciano permeare dalla luce e dallo sguardo, una ‘sostenibile’ leggerezza dell’essere. I graffi e le fenditure che segnano le superfici metalliche non hanno la tragica evidenza dei cretti di Burri, ma la serena consistenza dei tagli di Fontana, liriche aperture sulla dimensione dello spirito, che vuole affrancarsi dal peso della materia e invadere lo spazio, per ricongiungere l’immanente al trascendente. C’è una voglia di assoluto nelle opere di Anna Pozzuoli, che intende l’arte come strumento iniziatico, per evadere dalla mediocrità e dal caos del vivere quotidiano e per ascendere verso una dimensione superiore, ormai del tutto libera dai legami con il corpo. Simbolo di questo percorso iniziatico è la spirale, incisa o ritagliata nelle lamiere, un simbolo arcaico che ci riporta ai tatuaggi polinesiani, alle incisioni rupestri della Val Camonica, ai meandri della pittura vascolare greca. A qualunque latitudine e in qualunque epoca, la spirale ha il significato ideografico del disco solare, rappresentato però nel suo divenire, nella sua trasformazione, nella sua ripetizione ciclica. Non è il sole come elemento paesaggistico, bensì come fonte della vita che è dentro di noi.

Altra componente essenziale delle sue opere è la luce, che ora si riflette nelle superfici di metallo, generando un fascio di colori iridescenti, ora penetra nel buio delle fenditure, come una sonda che rivela profondità inaspettate e dimensioni ignote. L’intervento pittorico, appena percepibile, è un alone che asseconda i riflessi del metallo, senza alterarne le qualità. Per l’artista capuana, infatti, è nella forma che si esprime il significato dell’opera, mentre la pittura, lungi dall’essere una decorazione o sovrapposizione di senso, è usata per esaltare le proprietà intrinseche della materia.

Nella suggestiva installazione Gocce, volutamente allestita in una biblioteca, Anna Pozzuoli tende ad istituire un rapporto di continuità tra la sua opera e lo spazio che la contiene, inteso come luogo del pensiero, di esercizio della mente, di crescita spirituale. L’artista capuana aspira ad una conquista di leggerezza, di rarefazione della materia, quale corrispettivo di un modo di essere e di porsi nello spazio sociale con umiltà e rispetto, senza arroganza e senza ‘peso’. L’idea di rappresentare le gocce d’acqua, il più puro degli elementi, con lastre di metallo modellate a fuoco, incise e tagliate, ci riporta all’Estremo Oriente, dove l’artista-sciamano opera in simbiosi con la natura e si immedesima nelle sue forze creatrici, senza la pretesa di dominarle.

Le gocce di Anna Pozzuoli sono anche delle forme espanse, gravide, portatrici di vita così come l’acqua piovana che irriga la terra e la rende fertile. C’è una sensibilità femminile, un istinto materno in tutto ciò, lo stesso che, nell’estate del 2004, induceva l’artista a progettare una spettacolare installazione per un giardino pubblico, composta da spire di ferro e girandole azionate dal vento per la gioia dei bambini.

Anna Pozzuoli dispiega la sua interiorità nel metallo con un codice linguistico essenziale e moderno, che dialoga con la sfera emotiva e sensoriale attraverso una forma astratta, in cui l’osservatore, empaticamente, tende a proiettare le proprie sensazioni fino a immedesimarsi nell’opera. Allora anch’essa dimostra di avere un’anima, un soffio vitale che la irrora, modellando le superfici del ferro, mai stato così duttile e leggero.

Anche Livio Marino Atellano – memore dell’insegnamento di Brancusi – rifiuta l’afasia delle immagini ridondanti e referenziali, e tende alla sintesi formale, quale corrispettivo dell’idea platonica in cui tutto l’universo delle imago freudiane si riduce all’unità. Così la figura arcaica, già fortemente semplificata, delle Matres matutae di Capua, viene rielaborata dall’artista esaltando la vigorosa espressività del ventre gravido, custode e depositario della vita. Così rivisitate, le Matres di Livio ci riportano alla serie dei Vesuvi, anch’essi depositari di un’energia vitale che erompe attraverso un ‘parto’ violento. Le superfici dei Vesuvi, come quelle delle Matres, sono ruvide, brulle, segnate da solchi profondi che testimoniano un cammino di sofferenza e di passione. Il cammino di un’umanità arresa, rassegnata, ma che manifesta il proprio eroismo nella strenua capacità di resistere, fino alla morte che però implica una rinascita. Infatti il culto della Mater Matuta, divinità italica dell’aurora e della nascita, si lega al culto della morte, indispensabile per la rigenerazione dell’uomo e della natura.

Se da un lato, come si è detto, Livio Marino Atellano tende alla sintesi formale rifiutando l’eccesso e la ridondanza, da un altro moltiplica le sue sculture facendone quasi dei prodotti seriali. È quanto avviene nella serie delle Gabbie: decine di busti di terracotta, nei quali ritrae se stesso, in atteggiamento fermo e autorevole, con impietosa descrizione dei propri difetti, dalle rughe che incidono la fronte ai capillari spezzati nella zona orbitale. Sono i segni del tempo, della fatica, della passione, che l’artista ha voluto registrare fedelmente, senza nulla concedere alle lusinghe di un’appagante idealizzazione. Il verismo della resa ci riporta ai capolavori della ritrattistica romana, come il rude Ritratto di Patrizio di collezione Torlonia, che vuole testimoniare, nelle profonde rughe e nell’espressione ferma degli occhi, l’orgoglio di aver ottenuto la stima sociale attraverso una dura vita di servizio alla repubblica. Ma l’autoritratto di Livio, moltiplicato come un prodotto seriale e ossessivamente riproposto in rigorose composizioni geometriche, sembra perdere la sua identità, suscitando una drammatica riflessione sulla negazione dell’io nel contesto alienante e omologante della società globalizzata. Ogni autoritratto è inserito in una gabbia di ferro senza chiavi né serrature, da cui sporge solo il naso, che insinuandosi tra le sbarre, cerca di prelevare un po’ di ossigeno dall’esterno. La gabbia sembra evocare quelle prigioni terribili, come lo Spielberg o Guantanamo, da cui non si esce se non dopo la morte. Ma anche la società in cui viviamo, nonostante lo spettro deformante dei mass-media, appare all’artista come una prigione trasparente, che offende l’individuo e la sua creatività.

Al centro dell’esperienza estetica di Livio Marino Atellano c’è il corpo, che costituisce l’interfaccia sensibile, l’elemento mediatore tra l’interno e l’esterno. Il corpo viene plasmato dall’esperienza interiore e dalle interferenze del mondo esterno, che impedisce allo spirito di compiere il suo percorso naturale. A questa poetica si addice pienamente l’uso dell’argilla, materia duttile e malleabile che si lascia plasmare dal calore delle mani, in cui rifluiscono i più segreti umori dell’artista. Inoltre l’argilla ci riporta al mondo antico, a quelle radici italiche che Livio ha voluto evocare attraverso l’appellativo ‘Atellano’, che si lega al mondo della ‘fabula’ e quindi al rapporto tra l’io e la maschera, l’essere e l’apparire.

 

Marco di Mauro