DUE ARTISTI A CONFRONTO AL MUSEO MINIMO

 

Un confronto alla pari tra due generazioni di artisti, lo propone il Museo Minimo di Napoli con la mostra di Sergio e Fabio Spataro, aperta al pubblico fino al 12 marzo.

Fabio Spataro, movendo dalla ricerca di una forma pura, essenziale, in equilibrio tra scansione ritmica e cromatica, ha sviluppato una pittura intensamente lirica, abitata da figure evanescenti che vibrano nello spazio. La purificazione del segno si spinge fino ai confini dell’astrazione: laddove i cubisti decostruivano la forma con un approccio analitico e sintetico, Fabio la svuota lasciando appena la sagoma, evocazione di un’umanità dimessa che si interroga sul proprio destino. La materia non esiste più, si è dissolta poeticamente in quella remota regione dei corpi in cui risiede lo spirito. Lo spazio perde i suoi connotati fisici, diventa spazio interiore, proiezione dell’io che sconfina nella metafisica. Attraverso un’estrema riduzione dei termini, l’artista tende a una dimensione assoluta, che conduce alle radici del sentimento esistenziale.

Al contrario, la pittura di Sergio Spataro è fatta di segni incisivi, di presenze forti che si impongono all’esterno. Oggetto della sua indagine è l’uomo, nella sua goffa presunzione, che rinunzia ai piaceri della vita per inseguire la propria vanità. Sergio lo rappresenta come golem, il gigante d’argilla della tradizione ebraica, che esegue gli ordini del suo padrone ma non è in grado di pensare o di provare emozioni. L’artista spoglia il golem dei suoi attributi magici e gli fa assumere i connotati grotteschi del “mamozio” napoletano, parodia dell’uomo superbo, avido di potere, che si affanna a costruire la sua torre di Babele. Sergio predilige il linguaggio informale, fatto di segni bruni, corposi, incisivi che “negano” il supporto per affermare un impellente bisogno di esprimere e comunicare.

 

Marco di Mauro