GABRIELE MARINO

 

Sguardo fiero, lingua pungente, spirito irriverente e goliardico, Gabriele Marino è stato annoverato dalla rivista “Flash Art” tra i cento migliori artisti degli ultimi quarant’anni in Italia. Il suo percorso artistico è un susseguirsi di conquiste, ripensamenti, ritorni e avanzamenti, con l’occhio sempre rivolto alle contemporanee ricerche internazionali.

Nella prima metà degli anni Sessanta, Gabriele Marino è influenzato dalle ricerche informali diffuse a Napoli da Domenico Spinosa, Renato Barisani, Mario Colucci e il Gruppo 58. Il giovane artista aggredisce la tela con impeto nervoso, riversa sulla superficie una colata di pittura densa e materica, frammista a rifiuti metallici, che alludono alle atmosfere fosche e spettrali della periferia industriale. La carica pessimista ed esistenzialista della stagione informale si conclude alla metà degli anni Sessanta, quando Gabriele Marino subisce il fascino della pop-art americana, consacrata dalla Biennale di Venezia del 1964. L’artista campano recepisce il carattere positivo ed ottimista del nuovo linguaggio e se ne appropria, non senza sottoporlo ad una personale elaborazione. Laddove i pop-artisti americani replicano in modo freddo e impersonale le immagini proposte dai mass-media, Gabriele Marino manifesta un maggiore coinvolgimento interiore ed associa le immagini dei mass-media ai propri ricordi, alle proprie esperienze vissute.

Alla fine degli anni Settanta, Gabriele Marino inizia una produzione citazionista, che si connota per una ripresa ironica e spregiudicata di capolavori della storia dell’arte. L’artista riesce a stabilire un rapporto fecondo con la citazione o l’oggetto manipolato, esaltando la funzione del cambiamento di registro e la consapevole contraddizione tra la serietà del modello e l’ironia della sua elaborazione. L’iconografia pierfrancescana di Federico da Montefeltro o quella martiniana di Guidoriccio da Fogliano servono da spunto per costruire un dialogo tra l’arte colta e l’arte popolare, per ricondurre l’aulico al quotidiano in un intrigante gioco delle parti. Significativa, in tal senso, è un’opera del 1977, che ironizza sull’incapacità di dialogo dei nostri governanti attraverso la contrapposizione di due profili identici, ispirati al duca di Montefeltro.

Le opere più recenti sono attraversate da segmenti di colore fluorescente, che inseriscono una nota di continuità nel caos delle citazioni e dei recuperi memoriali, e al contempo delineano un percorso accidentato, fatto di angoli acuti e spigoli vivi. Altro elemento ricorrente nelle ultime opere è un oggetto in equilibrio precario: un angelo equilibrista, un’asta retta da un perno decentrato, un proiettile che oscilla minaccioso, un pendolo che ricorda il tempo perduto. Sono tutte allusioni alla precarietà della vita contemporanea, segnata da ritmi forsennati e da minacce belliche.

In ogni fase del suo percorso, l’artista manifesta un sottile senso della composizione ed una rara sensibilità cromatica, che si esplicita nei felici accostamenti di colore, nella lucentezza dei toni, nell’uso di materiali riflettenti come la plastica e l’ottone.

 

Marco di Mauro