STEFANO COLONNA RIVISITA LA GALLERIA DEI CARRACCI

 

“Volle figurare il pittore con vari emblemi la guerra e la pace tra 'l celeste e 'l vulgare Amore instituiti da Platone. Dipinse da un lato l'Amor celeste che lotta con l'Amor vulgare e lo tira per li capelli: questa è la filosofia e la santissima legge che toglie l'anima dal vizio, elevandola in alto. Nel mezzo però di chiarissima luce risplende sopra una corona di lauro immortale, dimostrando che la vittoria contro gl'irragionevoli appetiti inalza gli uomini al cielo. Dall'altro lato significò l'Amor divino che toglie la face all'Amore impuro per estinguerla; ma questi si difende e la ripara dietro il fianco.” Così esordisce il biografo Bellori, quando descrive il ciclo pittorico di Annibale Carracci, eseguito dal 1597 al 1601 nella galleria di Palazzo Farnese a Roma. Uno stupefacente capolavoro, modello imprescindibile per tutta la pittura classicista, da Domenichino a Lanfranco, da Stanzione a Poussin, al quale è dedicato il recente volume di Stefano Colonna, dal titolo “La Galleria dei Carracci in Palazzo Farnese a Roma: Eros, Anteros, Età dell’Oro”. Lo studioso romano, allievo di Maurizio Calvesi e docente di Storia dell’Arte presso l’università “La Sapienza”, dimostra in modo ineccepibile l’ipotesi di Charles Dempsey, il quale suggeriva di leggere la galleria come un grande epitalamio per le nozze Farnese-Aldobrandini. L’ipotesi non fu accolta dalla letteratura successiva e fu respinta dal Briganti, il quale riteneva che le trattative per le nozze furono intraprese quando il programma decorativo era già fissato e gli affreschi in gran parte realizzati. Ma Stefano Colonna ha ritrovato i versi di Onorio Longhi, da cui si evince con chiarezza l’identificazione di Arianna con Margherita Aldobrandini, che nel 1600 andò sposa a Ranuccio Farnese. L’evidenza documentaria ha obbligato gli studiosi, a partire da Silvia Ginzburg, a ricredersi, riconoscendo giusta l’ipotesi di Dempsey.

Lo studioso si sofferma ancora sull’iconografia del ciclo, questa volta respingendo la lettura di Dempsey, che individua nella volta e nelle pareti due programmi distinti, ambedue volti a celebrare l’amor profano, l’uno con sacre allegorie, l’altro con scene licenziose e maliziose. Colonna respinge tale interpretazione, rifacendosi alla testimonianza di Bellori, il quale identifica nel celeste e nel vulgare amore il nodo cruciale della rappresentazione. Negli spicchi della volta compaiono, infatti, Eros e Anteros che dopo aver lottato per una palma, una fiaccola ed una corona, infine si stringono la mano in segno di pace. Ad ulteriore conferma di questa lettura, Colonna illustra alcune opere posteriori, ma chiaramente affini nel tema dell’amor sacro e profano, come gli affreschi di Palazzo Peretti del Perrier e del Grimaldi.

Il tema centrale della galleria è dunque la potenza dell’amore, alla quale soccombono anche gli dei. Forse fu il bibliotecario del cardinale Farnese, l’archeologo Fulvio Orsini, a dettarne l’argomento iconografico, tuttavia esso non può ricondursi al pensiero di un singolo, bensì alla filosofia e al gusto della colta aristocrazia romana di fine ‘500. Pertanto Stefano Colonna mette in luce la complessità del clima culturale farnesiano da Achille Bocchi in poi, con i contributi di figure poco note come l’umanista ungherese Janos Zsamboky e l’olandese Stephen Wynkens Pigge.

Lo studioso rivolge una lucida analisi non solo ai temi iconografici, ma anche all’impianto compositivo del ciclo, in rapporto alle precedenti esperienze romane e bolognesi. Annibale Carracci non si servì di semplici fregi, adatti ad ambienti con soffitti piani, quali aveva usato nei palazzi Fava e Magnani a Bologna, ma seguì il sistema adottato da Pellegrino Tibaldi nelle sue Storie di Ulisse a Palazzo Poggi, dove si alternano figure scorciate, agli angoli del soffitto, e pitture eseguite come quadri da cavalletto. Come il Tibaldi, Annibale dipinse le scene mitologiche principali come “quadri riportati” e le inserì in una quadratura, consistente in un poderoso architrave pienamente visibile solo nei quattro angoli e sorretto, sui quattro lati, da Erme e Atlanti in finto stucco.

L’accorta indagine archivistica di Stefano Colonna, che ha prodotto un’ampia mole di documenti inediti, ci offre una chiave di lettura attendibile, in quanto basata su dati certi, per comprendere il ciclo di Annibale Carracci e inquadrarlo nel contesto storico e culturale in cui fu concepito.

Concludiamo con un appello all’Accademia di Francia, attuale proprietaria di Palazzo Farnese, affinché si impegni ad aprire la galleria con maggiore frequenza, per agevolare gli studiosi che vi giungono dal mondo intero.

 

Marco di Mauro e Vincenzo Pacelli