RIFLESSIONE ESISTENZIALE NELL’OPERA DI GEMMA COMINALE

 

Gemma Cominale, iniziata all’arte dallo zio Tommaso, ha vissuto fino ad ieri la comune ritrosia degli artisti che intendono le loro creazioni come continue sperimentazioni. Solo adesso, raggiunta la maturità tecnica e stilistica, ha scelto di uscire dal suo laboratorio per incrociare gli occhi del pubblico, ascoltare i giudizi della critica, valutare la qualità del proprio lavoro.

La giovane artista, incline alla riflessione autobiografica ed esistenziale, traduce la sua intimità in una pittura densa, materica, ravvivata da riflessi metallici e schegge luminose. La sua tavola diventa lo spazio di una proiezione psicologica, che riflette uno spirito insicuro, una sensibilità introversa e contemplativa. L’inconscio prende forma nelle superfici che si piegano o si tendono, nei segni che si diradano o si addensano, in una sorta di espressionismo della memoria. Dal torbido fondale emerge una scheggia luminosa, un frammento dello spirito che affiora dall’inconscio e si pone in primo piano come punto focale dell’opera.

L’artista atellana tende a configurare una pittura intima, evocativa, espressione fedele delle vibrazioni dell’interiorità. La percezione dei graffi, delle pieghe, dei riflessi dorati si traduce in esperienza psicologica, che fa risuonare sensazioni passate o ne suscita di nuove. Attraverso l’arte, Gemma Cominale dialoga con l’assoluto, esterna e materializza la propria intimità, fatta di pulsioni, angosce, fremiti, umori. Per usare una nota espressione di Paul Klee, “l’artista non rappresenta il visibile, ma rende visibile cị che non sempre è visibile”.

 

Marco di Mauro