GENIUS LOCI AL MUSEO MINIMO

 

Si intitola “Genius Loci” la collettiva allestita, fino al 4 ottobre, presso il Museo Minimo di Fuorigrotta. Vi partecipano sette artisti campani, che attraverso le opere esposte ci conducono in viaggio dentro le cose, alla ricerca del “genius” perduto.

Maria Anna Barretta interpreta il tema della mostra con acuta sensibilità femminile, nella sintetica rappresentazione dell’utero materno, primo luogo dell’essere e dell’abitare. L’essenzialità del segno si contrappone all’esuberanza del colore, steso con fare energico e gestuale, fino a invadere l’intera superficie. Il segno è essenziale perché non aspira alla rappresentazione dell’embrione, ma alla creazione di un simbolo universale, che racchiuda in sé il valore profondo della maternità. L’esuberanza cromatica esprime la gioia della maternità, che per ogni donna costituisce il momento più alto dell’esperienza umana.

Gennaro Cilento, invece, ci propone una visione allucinata e sgomenta del proprio ambiente di vita, la periferia occidentale di Napoli, tra le ciminiere dell’ex Italsider e le fabbriche residenziali, che, in un processo di assimilazione reciproca, assumono i medesimi connotati. I colori acidi, che ci riportano ai graffiti metropolitani, irrompono violentemente sulla tela, in un’atmosfera inquietante e repulsiva da incubo post-industriale, degna di un film di David Lynch.

Il tema della metropoli decadente, anzi già decaduta, non-luogo che respinge la presenza umana, si ritrova nell’opera di Roberto Mantellini. L’artista riduce il paesaggio industriale di Bagnoli a una rete di segni orizzontali e verticali, sintetiche allusioni ai pontili e alle ciminiere dell’Italsider, su un fondo monocromo che, nella violenta saturazione del colore, esprime un dramma che esula dall’ambiente urbano e conduce dritto all’anima.

L’opera di Mario Sangiovanni suscita, invece, la sensazione leopardiana di “quiete dopo la tempesta”: al calare del sole, chiusi gli uffici e le botteghe, il silenzio della notte avvolge la città assopita come una madre culla il suo bambino. Nel buio salvifico della notte, che placa gli animi e risolve i contrasti, l’uomo recupera la sua dimensione interiore, la sua spiritualità.

Anche il paesaggio di Salvatore De Curtis è sospeso nel suo torpore, nel suo immobilismo, che non ammette alcun elemento di disturbo. Con una gestualità larga e ritmata, una ricerca di sintesi lineare e coloristica, l’artista traduce in forme liriche il paesaggio campano, tagliando l’uomo fuori della rappresentazione. L’armonia del paesaggio, però, non basta e placare i sussulti del pittore, che spesso interviene sulla tela con pennellate energiche, impulsive, ai limiti dell’informale.

Se nelle opere finora descritte il “genius loci” si nasconde dietro le apparenze, nelle fotografie di Vincenzo Montella indossa i panni di Pulcinella, lo spirito di una Napoli che si rinnova per restare sempre uguale a se stessa. Come tanti napoletani, così Pulcinella si avventura smarrito tra i grattacieli del centro direzionale, per poi ritornare nel suo habitat naturale, il mercatino di Antignano. Ma la maschera di Pulcinella è anche la rappresentazione del vivere precario e delle ingiustizie sociali che, da millenni, costringono il popolo a soccombere.

Un altro uso della fotografia è quello proposto da Roberto Sanchez, che ritrae diversi oggetti all’interno di una scenografia, istituendo inedite relazioni tra essi, in una sorta di rebus a soluzione multipla. Al Museo Minimo propone una riflessione sugli idoli antichi e moderni, accostando, con sapiente regia, una divinità pagana, un crocifisso e un gruzzolo di monete sullo sfondo di una cattedrale romanica. Il “genius loci”, in questo caso, si materializza nel dio denaro che regge le sorti del mondo.

 

Marco di Mauro