LA SCULTURA EFFIMERA DI GERARDO DI FIORE

 

Il seme dell’effimero conquista la galleria Franco Riccardo di Napoli, che accoglie sino al 4 giugno la personale del maestro Gerardo Di Fiore. Lo scultore napoletano, protagonista della scena nazionale degli ultimi decenni, presenta due installazioni ed una serie di rilievi in gommapiuma, materiale che predilige dal 1968 e che ormai connota la sua produzione. La sua ricerca è incentrata sulla precarietà dell’essere, la transitorietà della vita, la perentorietà della morte, che si traduce nel deperimento – reale o potenziale – di una materia fragile come la gommapiuma. Alla consapevolezza della precarietà, non più soccorsa da Prometeo o Gilgamesh, come avviene nella mitologia antica, si oppone una necessità di trascendenza, una poetica tensione verso l’infinito.

In “Orfeo ed Euridice”, Di Fiore rappresenta il mitico figlio di Apollo mentre, tradito dal desiderio, si volge indietro a mirare la sua amata, la quale scompare per sempre dalle sue braccia. Anche se l’opera è protetta da una teca di plexiglas, ci piace immaginare che la figura di Euridice deperisca fino a svanire nel nulla, per scivolare verso la dimensione assoluta dello spirito. Ed è questa l’aspirazione dell’artista, il quale vorrebbe assistere alla lenta consunzione delle sue opere, in una poetica riduzione all’essenza, che riduce la materia ad un segno purissimo e ineffabile.

Nelle scene di guerra, il rapporto tra significante e significato si arricchisce di sensi ulteriori: la gommapiuma è un derivato del petrolio, che è all’origine delle guerre contemporanee, tuttavia possiede una levità ed una purezza che rinviano al tema della pace.

Un oggetto ricorrente nella produzione di Gerardo Di Fiore è la testa di cavallo, che si colloca nei vasti territori del mito, rinviando ai racconti epici di sangue e di morte, di coraggio e di virtù. Nella forza delle narici dilatate e della bocca schiusa, stirata dal morso, può leggersi un richiamo alla celebre testa equina donata da Lorenzo de’ Medici a Diomede Carafa, che sorveglia maestosa uno degli accessi al Museo Archeologico.

 

Marco di Mauro