“STERMINATOR VESEVO” A BOLOGNA

 

La rappresentazione del Vesuvio è un elemento costante nella storia dell’arte napoletana, a testimonianza del rapporto ambiguo e conflittuale che il popolo partenopeo, da sempre, ha istituito con «’a muntagna bella». Già nel VI secolo dopo Cristo, in un celebre affresco delle catacombe di San Gennaro, compare il santo patrono tra le cime del Vesuvio e del Monte Somma, resi finalmente innocui dal suo prodigioso intervento. Più tardi, in ambito mitologico, il Vesuvio compare nella rinascimentale «funtana d’e zizze», sormontato dalla sirena Partenope che versa l’acqua dai propri seni generosi e procaci. La sirena nasce dal cratere come Venere dalla conchiglia, esplicitando una percezione del vulcano come ventre gravido, capace di generare e dispensare la vita grazie alle proprietà fertilizzanti dei depositi piroclastici. Dopo l’eruzione del 1631, invece, pittori come Pacecco de Rosa e Jusepe de Ribera rappresentano il Vesuvio ancora fumante, testimone dell’ira divina placata dalla benevola intercessione di San Gennaro. I pittori sottolineano, nel clima di moralistica repressione esercitata dalla Controriforma cattolica, la presunta condotta peccaminosa dei napoletani, ai quali si vuole attribuire la responsabilità dell’eruzione per incrementare le donazioni ed incentivare l’ubbidienza alla chiesa. Sarà l’illuminismo settecentesco ad affrancare l’immagine del Vesuvio dall’ideologia del peccato e della vendetta divina, innalzandolo ad oggetto di studio e di entusiastica ammirazione nelle vedute di Philipp Hackert, Alessandro D’Anna, Saverio Della Gatta, Camillo De Vito. Essi rappresentano le eruzioni vesuviane, specie quella che cancellò Torre del Greco nel 1794, come un sublime spettacolo della natura, escludendo dalla scena le funeree immagini di morte e devastazione. Una nuova iconografia del vulcano, metafora della straripante ed esplosiva vitalità del popolo partenopeo, è inaugurata da Andy Warhol con la serie Vesuvius, ove la violenza eruttiva non è più veicolo di morte, ma eccitata rappresentazione dell’energia e degli umori del popolo napoletano. A questa concezione si lega la produzione informale di Giovanni Mangiacapra, che il prossimo 10 ottobre inaugura la sua personale presso la galleria Gnaccarini di Bologna. L’artista napoletano – che proprio in Emilia scoprì la sua vocazione artistica – proietta i suoi umori, le sue angosce, le sue emozioni nell’incandescenza dei lapilli, nel magma fluido e rovente, nei solchi e nelle crepe prodotti dalla fuoriuscita del gas. Il rosso vivo del magma, associato al colore del sangue, assurge ad elemento fondante di un universo simbolico, che vede nel magma/sangue un principio generatore, proprio nella misura in cui è connesso alla morte, poiché, come osserva Gibran, «per arrivare all’alba non c’è altra via che la notte».

La pittura di Giovanni è materia viva, pulsante, organica: il corpo fluido della pittura che scorre sulla tela, sospinta da una passione incontenibile, ritrova la sua anima nella luce che penetra nei pigmenti e svela profondità inaspettate. L’artista aggredisce la tela con impulsività, stende il colore con robuste pennellate che lasciano la superficie ruvida, fitta di concavità e sporgenze come il terreno appena arato, ma pronto ad accogliere il seme della vita. I suoi dipinti informali sono paesaggi interiori: nelle rughe, nei cretti, nelle increspature della superficie pittorica si intuiscono i moti interiori, gli stati d’animo che l’artista, inconsciamente, riversa sulla tela.

Da un lato, nelle opere di Mangiacapra è presente una tensione centrifuga, che spinge l’osservatore ad uscire dal quadro e a ricercare nell’ambiente l’ideale prosecuzione dei segni; da un altro vi si percepisce una tensione centripeta, che induce a scavare negli strati pittorici, fino a cogliere il nocciolo esistenziale che vi è sotteso. La stratificazione dei segni è chiaramente leggibile in Trasparenze, una delle opere più intriganti dell’artista partenopeo, che qui manifesta, in una sorta di autobiografia pittorica, le ansie e gli affanni sedimentati nel proprio inconscio. In Lapilli, invece, la pittura si fa spessa e grumosa, proiettando in superficie un incontrollato flusso emotivo che, al pari di un’eruzione vulcanica, rimuove ogni traccia dell’esistente. In Eruption, infine, la vita interiore dell’artista si presenta fusa e amalgamata nell’irruenza della pittura, che non soggiace alle regole compositive eppure giunge a un nuovo senso della composizione, fondato sulla genuina corrispondenza tra il segno e l’emozione che l’ha generato. La preponderanza dell’energia che transita dall’artista verso la tela non si traduce in una messa in posa, ma in una precipitosa corsa verso l’ignoto, verso quelle profondità che spesso l’uomo ha paura di toccare.

 

Marco di Mauro