ARTE AFRICANA AL CASTEL DELL’OVO

 

La Biennale di Venezia ci ha abituati ad una visione ibrida dell’arte africana contemporanea, che imita passivamente la cultura occidentale per inseguire le aspirazioni del mercato globale. Al contempo, la politica assistenzialista e terzomondista non si è liberata dalla concezione del “buon selvaggio” di Rousseau, e dal mito dell’Africa come continente immobile, chiuso nelle sue arcaiche tradizioni. La collettiva allestita al Castel dell’Ovo di Napoli sino al 13 giugno, dal titolo “Hic sunt leones”, aspira ad una revisione critica dell’arte africana contemporanea, che non rinunzia alle proprie radici, tuttavia non è impassibile alle suggestioni del mondo occidentale, con il quale intrattiene rapporti costanti. La mostra, ideata da Franco Riccardo, propone una pluralità di generi e linguaggi, in cui aleggiano, in modo più o meno esplicito, i riverberi di una tragedia mai sopita: cinque secoli di colonialismo che hanno inciso una ferita profonda nel continente nero.

Le sculture di Seni Camara e Reinata Sadimba spirano, nella loro fissità, un sentore mistico che ci allontana dalla dimensione corporea, materiale, immanente. L’adozione di un linguaggio arcaico vuol essere non solo un recupero della cultura indigena, bensì un veicolo per indagare i recessi della mente, oltre il turbine di immagini in cui siamo avvolti.

Mikidadi Bush sottrae la natura alla cruda legge della sopravvivenza e dipinge, in uno scenario idillico, leoni e conigli danzanti, serpenti che giocano, belve che banchettano. La sua pittura, velata di una segreta malinconia, si configura come l’espressione di un sogno di pace e armonia che la storia ha gravemente compromesso.

L’ambiente è ormai contaminato dalla modernità nella pittura di Maurus Malikita, che rappresenta il caos delle metropoli africane, sommerse da insegne pubblicitarie e prodotti di consumo occidentali. Il nuovo colonialismo, di natura economica piuttosto che militare, è sentito come l’apice di una progressiva spoliazione del continente nero. Gli stessi temi ispirano la scultura di Paa Joe, che intaglia e dipinge sarcofaghi in forma di barili di petrolio. L’adozione di un linguaggio pop si lega a tematiche e tecniche di lavorazione della tradizione africana, a testimonianza una ricezione attiva e consapevole dei modelli occidentali.

Nei territori dell’informale si muove con originalità Amadou Makhtar Mbaye, che imposta misteriosi segni su fondi bruni e terrosi. Questi segni, ora angolosi ora circolari, sono dotati di una dimensione sacrale che evoca l’assoluto attivando sepolti codici di riconoscimento. Le tele sono cosparse di rattoppi e cuciture, che alludono al tentativo estremo di ricucire le ferite individuali e collettive dei popoli africani.

 

Marco di Mauro