DIETRO UN IROLLI SPUNTA UN ROSCIO

 

Era uso comune, fino al secolo scorso, che i pittori utilizzassero tele già dipinte da se stessi, come nel caso del “Ritratto di signora” di Klimt trafugato a Piacenza; oppure da un autore diverso,  come nel caso del “Ritratto di Tatlin” di Larionov, che si ritiene eseguito su una precedente tela della Gontcharova. Così, al di sotto di una “Scolaretta” di Vincenzo Irolli in collezione privata dr. Giovanni Saggese, a Napoli, sono apparse le tracce di un dipinto antecedente, ascrivibile al piemontese Domenico Roscio in base alla firma ancora leggibile sul telaio.

La “Scolaretta” di Irolli , che costituisce una variante della “Colazione” transitata da Christie’s nel 2000, di cui replica interamente lo sfondo, è ascrivibile all’ultima produzione dell’artista napoletano, nella prima metà del Novecento. L’opera spicca per la velocità esecutiva, la liquidità del colore, il tocco vibratile e impressionistico e infine, per la fresca e vivace rappresentazione di una fanciulla borghese che si applica diligentemente allo studio. Questa figura, come del resto l’ambientazione domestica e il giardino fiorito che appare oltre la finestra, è risolta con rapidi tocchi di colore intriso di luce, come nelle opere di Domenico Morelli e Francesco Paolo Michetti che il giovane Irolli prese a modello. E fu proprio un dipinto di Michetti, all’Esposizione Nazionale di Napoli del 1877, a suscitare nel giovane Irolli l’amore per la pittura.

A differenza del coetaneo Vincenzo Migliaro, Irolli non aspira alla denuncia sociale, bensì ad una visione conciliante e romantica della società napoletana, nelle sue componenti aristocratiche, borghesi e plebee. Per questo motivo Irolli fu bollato dalla critica italiana del secondo dopoguerra, a partire da Paolo Ricci, come un pittore commerciale, lezioso, sentimentalista e persino demagogico. In realtà, le accentuazioni sentimentali e coloristiche della sua pittura vanno interpretate come un mezzo espressivo, funzionale alla rappresentazione, in termini più poetici che veristici, di una società classista eppure coesa come quella napoletana. Nella pittura di Vincenzo Irolli, dunque, ritroviamo la stessa vena lirica che alimenta i versi di Salvatore Di Giacomo, suo intimo amico.

Sul telaio sono apposte due iscrizioni: la prima in stampatello «D. ROSCIO 1869», con integrazioni moderne a pennarello; e la seconda in corsivo «D. Roscio», che è la firma del pittore piemontese Domenico Roscio (Favria Canavese 1832 – Torino 1880). Da qui la verosimile ipotesi che Irolli abbia eseguito la “Scolaretta” su una tela già dipinta dal Roscio e di cui restano tracce evidenti lungo i bordi, originariamente nascosti dalla cornice. L’analisi con la lampada di Wood ha confermato che la pittura presente sui bordi, forse già deteriorata ai primi del ’900, è antecedente all’opera di Irolli.

 

Marco di Mauro