NAPOLI ACCOGLIE LE SCULTURE DI JAN FABRE

 

Una fragorosa risata ci accoglie in Piazza del Plebiscito, in quello scenario austero e solenne che Gioacchino Murat destinò alle tronfie manifestazioni del potere napoleonico. Ci piace immaginare che la sonora scultura di Jan Fabre, L’Homme qui pleure et rit, sia rivolta non solo ai potenti del passato, ma anche agli attuali amministratori indagati per l’affare “Global Service”. Ma Jan Fabre non è un artista di denuncia; egli mira, piuttosto, ad esplorare il mondo sommerso e irrazionale dell’inconscio, secondo un’ottica surrealista che non è  isolata, ma serpeggia in vari movimenti d’arte contemporanea, dall’action painting fino all’azionismo viennese. In questa chiave va interpretato L’Homme qui pleure et rit, autentico elogio della follia, quella che libera l’anima dalla vergogna e dalla paura, spianando la via alla vera saggezza, come insegna Erasmo da Rotterdam.

Nella grande piazza napoletana, Jan Fabre ha collocato altre quattro statue di bronzo – L’Homme qui donne du feu, L’Homme qui mèsure les nuages, L’Astronaute qui dirige la mer, L’Homme qui écrit sûr l’eau – che interagiscono con l’ignaro passante, sollecitando una reazione che di solito giunge immediata. Se l’acqua non fosse gelida a causa delle temperature invernali, il pubblico non esiterebbe a fare compagnia a Jan Fabre in una delle cinque vasche da bagno che, ironicamente, si stagliano al centro dell’esedra neoclassica. Altri visitatori si accendono una sigaretta con l’accendino di Fabre, posto in mano all’Homme qui donne du feu, che a prima vista sembra nascondersi per urinare dietro l’angolo.

Le cinque statue, che impongono ai passanti la loro immobile presenza, sono collocate nei punti più congeniali per interpretare i ruoli che l’artista ha loro assegnato. Proprio nella collocazione delle statue possiamo riconoscere la formazione teatrale di Fabre, che esordì negli anni ’80 con performance e spettacoli, incentrando la sua poetica sul corpo umano, inteso quale centro vitale della realtà fisica e psichica, della vita biologica e del pensiero, soggetti entrambi ad una continua metamorfosi.

 

Marco di Mauro