LA VIOLENZA DELL’UOMO NELLA PITTURA DI KAROUK

 

Correva l’anno 1932 quando Albert Einstein, in occasione di un convegno sul tema della guerra, chiese a Sigmund Freud come liberare gli uomini dalla fatalità della guerra. Il padre della psicoanalisi, con la calma serafica dello scienziato che ha dimostrato la sua teoria, dichiarò che la pulsione aggressiva opera in ogni essere vivente e che la sua aspirazione è di portarlo alla rovina, di ricondurre la vita allo stato della materia inanimata. L’essere vivente protegge, per così dire, la propria vita distruggendone un’altra. Questa pulsione di morte non si esaurisce con la repressione, ma rimane attiva all’interno dell’essere vivente, provocando una serie di fenomeni normali e patologici. La stessa coscienza morale, secondo Freud, si avvale della pulsione aggressiva nelle forme espressive del senso di colpa, o nelle forme più esasperate di fobia e di compulsione ossessiva. La violenza, quindi, la prevaricazione e la vessazione sono connaturate alla natura umana e, purtroppo ineluttabilmente, si esprimono contro l’altro, il simile, secondo le leggi naturali delle preservazione egoistica dell’individuo, del presidio difensivo del  territorio, della competizione e della rivalità sessuale, della imposizione di un ordine gerarchico che mira al dominio.

Il pensiero freudiano, ripreso da autori contemporanei come Wolfgang Sofsky e Joe Lansdale, costituisce il fondamento teorico della produzione pittorica e video di Vassilis Patmios Karouk, in mostra fino al 1° gennaio presso la galleria Akneos di Napoli. Secondo l’artista greco, in ognuno di noi vive un mostro, capace di azioni disumane, ciniche, brutali, che la nostra coscienza morale cerca di reprimere. Laddove, però, si verificano le condizioni per una libera espressione del ‘mostro’ che è dentro di noi, affrancato da qualsiasi precetto morale o religioso, l’umanità ricade nel baratro della violenza più cieca e brutale. Come osserva il curatore della mostra, Augustine Zenakos, la moderna democrazia liberale non dimostra che l’umanità è grande, ma che è capace di grandezza malgrado la sua natura malvagia.

Karouk esprime la sua visione drammatica e pessimistica dell’uomo mediante una pittura cupa, torbida, espressionistica. Nelle fosche atmosfere dei suoi dipinti, sconvolte da un fluire di angosciose sensazioni, la figurazione appare subordinata alla materia e al gesto pittorico, ovvero all’esibita e quasi ostentata azione del dipingere. La violenza espressionistica contorce i volti e le membra livide, venate di sangue, che l’artista sa delineare con l’irruenza e la foga delle sue pennellate. Un’impetuosa violenza è sottesa alla rappresentazione dei volti scarniti, straziati, straniti, che urlano la propria impotenza di fronte al male che è connaturato a sé stessi. I loro occhi sono spenti, privi di luce, incapaci di guardare ai propri simili e di riconoscere il male che hanno provocato. Queste figure annegano nel buio, un buio impenetrabile che rappresenta l’inconscio esteriorizzato: così lo spazio perde i suoi connotati fisici e diventa spazio interiore, proiezione dell’io che sconfina nella metafisica. La medesima violenza ispira il video in esposizione, che presenta tre uomini intenti a spartirsi un pezzo di carne, che poi divorano con brutale avidità. I due uomini in borghese incarnano la violenza del popolo, cui si contrappone, come  nel celebre film “Arancia meccanica” di Kubrick, la superiore violenza dello Stato, rappresentata da un uomo in divisa che cerca di prevaricare.

 

Marco di Mauro