CORRISPONDENZE TRA L’ITALIA E L’AMERICA

 

Ha conquistato pubblico e critica la rassegna «Latitude 34/40», promossa da LA Artcore e da Art1307, che si è svolta tra Napoli e Los Angeles in un’ideale continuità spazio-temporale. La rassegna ha messo a confronto sette artisti italiani e cinque americani in un affascinante percorso espositivo, che ha sottoposto il pubblico a slanci emotivi e pause di riflessione, fughe nell’immaginario e perentori richiami al reale. Artisti figurativi, informali, concettuali e minimali sono stati accomunati da quella che John Dewey chiamava “the common substance of the arts”, cioè la sensibilità al proprio mezzo espressivo, in cui l’artista proietta, empaticamente, i propri sentimenti e le proprie emozioni. Gli artisti, selezionati da Lydia Takeshita e Cynthia Penna Simonelli, sono: Abbamondi, Arciprete, Baricchi, Borrelli, Ciannella, Pastore e Morante in rappresentanza dell’Italia; Aber, Gooding, Greenfield, Marcucci e Razili in rappresentanza degli Stati Uniti.

Marco Abbamondi impiega materiali duttili come il sughero per esprimere, attraverso linee crescenti che sembrano risuonare nello spazio, il senso di una fluidità magmatica e di una materica propensione alla tridimensionalità. I suoi rilievi aspirano ad occupare lo spazio, a conquistarlo con la solidità di una fabbrica e la sinuosità di un’edera rampicante.

Le poetiche composizioni di Caterina Arciprete sono interamente giocate su elementi simbolici che rinviano alla sfera dell’amore e della maternità: l’occhio che osserva e vigila, la piuma che si lascia cullare dal vento, frammenti di cuore che scivolano sulle superfici e si insinuano nelle fessure. Una femminile sensibilità si esplicita nella delicatezza dei colori e nella leggerezza del segno, dolce e sinuoso come il collo di un cigno.

Mirko Baricchi, memore della lezione surrealista e della psicoanalisi freudiana, ha scelto l’inconscio come suo campo di indagine e di ricerca artistica. La sua pittura associa figure ed oggetti apparentemente privi di connessioni, che navigano liberamente negli abissi della memoria. Alla figura è spesso associata una maschera, intesa non come oggetto strumentale, ma come modalità dell’essere, che assume anche una valenza noetica, di conoscenza intuitiva ed immediata dei livelli ‘celati’ della realtà.

Fabio Borrelli presenta alcuni dipinti in bianconero sul tema dell’infanzia, che appare defraudata delle sue naturali aspirazioni ad opera di una politica cieca, incapace di guardare avanti e di progettare il futuro. Nei dipinti di Borrelli, infatti, le sagome ‘svuotate’ dei bambini diventano icone del contemporaneo in recita solitaria, che ricercano una strada impossibile all’interno di un contesto buio, alienante, senza possibilità di fuga.

Stefano Ciannella predilige il negativo fotografico, in cui l’oggetto perde la sua materialità e si dissolve poeticamente nel vuoto, sia per la trasparenza della lastra, sia per i riflessi luminosi del vetro che la protegge. Le sue fotografie tendono a sconfinare nella metafisica, nelle nebbie dell’immaginario onirico, rinnegando quel ruolo di documentazione esatta e fedele del reale che usualmente si attribuisce al mezzo fotografico.

Daniela Morante visualizza il proprio cammino interiore in un circuito energetico, che porta con sé petali di fiori, frammenti di vita estirpati e travolti in un vortice sensuale. La stesura informale dell’acquerello comunica una sensazione di fragile precarietà, in contrasto con gli elementi fitomorfi minuziosamente delineati a china.

Gloria Pastore focalizza la sua ricerca sul tema dell’identità, sul rapporto indefinito tra l’io e l’altro, l’unità e la molteplicità, che genera una dimensione di smarrimento accentuata dall’incessante proliferare di immagini che è tipica del contemporaneo. Il corpo umano, dunque, non è più la manifestazione concreta e univoca dell’io, ma tende a diventare un’immagine vacua, inserita in un complesso gioco di rimandi e di evocazioni. La dimensione dello smarrimento, però, costituisce la condizione essenziale per progettare un inedito approdo all’essere.

Ann Gooding si muove con originalità e carattere nei territori mai del tutto esplorati dell’astrazione. La sua pittura si compone di due strati sovrapposti che interagiscono a livello semantico: lo strato inferiore è occupato dalle forme fluttuanti della memoria, fantasmi in grado di evocare persone ed esperienze vissute; invece lo strato superiore è una membrana sottile, opacizzante, che da un lato nasconde, da un altro stimola a guardare oltre, fino a scoprire profondità inaspettate.

La ricerca non solo artistica di Mark Steven Greenfield è incentrata sul recupero delle proprie radici afro-americane, attraverso una spasmodica ricerca di fotografie e testimonianze. L’artista riconosce nella teatralità e nella mimica degli afro-americani una traccia della loro cultura d’origine; al contempo, però, condanna lo stereotipo del nero come giullare, personaggio buffo, che l’America bianca ha costruito nel XIX secolo. Sintetici richiami al ‘Mammy’, immagine caricaturale della donna afro-americana, sono al centro delle opere in mostra.

Carlo Marcucci, con un approccio minimalista alla scultura, realizza solidi geometrici e strutture architettoniche di legno, che poi riveste di un materiale umile e deperibile, ma estremamente duttile: gli spaghetti o udon variamente conditi. A sublimare le sculture è lo stesso colore del condimento, che conferisce loro la pura eleganza e la ruvida semplicità dei casolari italiani, o delle manka giapponesi, o delle capanne filippine.

Yoella Razili adotta un vocabolario geometrico minimale, assolutamente neutro e non rappresentativo, che si fonda sulla combinazione di rette parallele e campiture uniformi. Le possibilità di esplorazione dell’artista risiedono solo nell’ars combinatoria, che si esplicita nelle relazioni tra la superficie della tavola, i fasci di luce che l’attraversano e che si riflettono nella lucidità dei colori.

Richard Aber realizza sculture e installazioni monumentali, che possiedono, idealmente, la forza e l’energia per espandersi nello spazio, per conquistarlo come una pianta che si insinua tra le rocce e crescendo le sgretola. Significativamente, le opere di Aber sono solcate da una trama di linee che si intersecano, come le fronde di un albero o le nervature di una foglia. Queste linee, possibili direttrici di una crescita naturale, ci riportano all’opera di Marco Abbamondi, con il quale abbiamo iniziato il nostro percorso di visita.

 

Marco di Mauro