LE FIGURE ENIGMATICHE DI LUCIO PERONE

 

Un omino nero pressa i fogli di giornale alla ricerca di una verità che non esce, perché non appartiene all’universo della carta stampata; un altro omino nero tenta, ingenuamente, di sanare gli squilibri mondiali adagiando una livella sul planisfero; ancora un altro è impegnato a cucire un immenso bottone che, rotolando, lo potrebbe travolgere. Sono le visioni dello scultore irpino Lucio Perone, classe 1972, che espone fino al 20 settembre presso la galleria Mimmo Scognamiglio di Napoli. L’artista ha convertito lo spazio espositivo in uno spazio onirico, dove le stesse pareti diventano specchi d’acqua, attraversati da un cavallo bianco che cala la testa sul pavimento per abbeverarsi ad una fonte che non c’è. Lucio Perone, recuperando una pratica artigianale in via d’estinzione, intaglia le figure nel legno e poi le colora con una vernice sintetica che dà loro l’aspetto di manufatti industriali. Sono figure enigmatiche, surreali, che non parlano e non vedono, tuttavia riescono a comunicare attraverso semplici gesti quotidiani, che nell’opera assumono una valenza esemplare.

Il linguaggio di Lucio Perone è un linguaggio severo, icastico, che rinuncia a qualsiasi ricercatezza o compiacimento formale per esaltare il suo messaggio, quel senso di straniamento e di alienazione che è proprio dell’uomo contemporaneo. Infatti il mondo in cui viviamo ci tiene fuori dai meccanismi che lo governano, ci propina una visione falsata della realtà e ci impedisce di guardare oltre la sua superficie. È questo il motivo per cui gli omini di Perone non hanno occhi, né bocca, né orecchi, ma nessuno può impedire loro di guardarsi dentro, alla ricerca di un perché che all’esterno non si manifesta.

 

Marco di Mauro