“IL NUOVO DOPO LA MACCHIA” ALLE TERME TAMERICI

 

Erano gli anni centrali del XIX secolo quando un gruppo di giovani artisti, in opposizione all’indirizzo storicista e classicista dell’Accademia di Firenze, si diedero appuntamento al Caffè Michelangelo per elaborare i principi teorici di una pittura moderna, che traesse nuova linfa non già dallo studio degli antichi e dei canoni classici, bensì dall’indagine naturalistica del paesaggio e della vita contemporanea, colta nei suoi aspetti più umili e quotidiani. Sul piano tecnico, questi pittori si opponevano alla supremazia del disegno, pur mantenendo, a differenza degli impressionisti francesi, la tenuta dell’impianto disegnativo, e sperimentavano una stesura del colore a macchie, capace di definire i volumi mediante l’accentuazione del chiaroscuro. Si trattava, dunque, di stabilire il valore strutturale della luce e del colore contro l’ ‘alleggerimento’ della tecnica tradizionale a velature. Nasceva così, ai tavolini di un caffè, tra un amaro e un elisir, il più importante movimento pittorico italiano dell’Ottocento: i ‘macchiaioli’, che presero il nome da un epiteto dispregiativo coniato nel 1862 dalla Gazzetta del Popolo.

Determinante per la nascita del movimento fu il contributo di Serafino De Tivoli, che già nel 1854 aveva fondato la scuola di Staggia, nelle campagne del Chianti, che propugnava una resa immediata e diretta del paesaggio naturale, contro la costruzione idealizzante delle vedute classiche. Lo stesso De Tivoli, insieme a Domenico Morelli e Saverio Altamura, al ritorno dall’Esposizione Universale di Parigi del 1855, aggiornò i colleghi toscani sulle novità apportate da Corot, Millet, Courbet e dalla scuola di Barbizon. In particolare, Altamura diffuse a Firenze la tecnica francese del ‘ton gris’, che consisteva nel filtrare i contrasti chiaroscurali della natura, attraverso la riflessione dell’immagine in uno specchio nero. A coloro che non avevano visitato la rassegna parigina, il principe Demidoff aprì le porte della sua villa di Pratolino, in cui aveva allestito una notevole collezione d’arte francese, con opere di Ingres, Delaroche, Corot, Delacroix, e Decamps. Alla circolazione di opere si affiancò la presenza fisica di artisti francesi come il giovane Edgar Degas, che rappresentava il trait d’union tra la cultura artistica italiana e quella francese. Degas, infatti, si era formato a Napoli presso il Reale Istituto di Belle Arti, sotto la guida di Mancinelli, Guerra e Smargiassi. In seguito si era avvicinato all’ambiente dei puristi toscani e, nel 1855, aveva frequentato la scuola di Lione, derivandone la tipologia del ritratto in camera.

Da questi presupposti prese forma il movimento dei macchiaioli, i quali, incoraggiati dal critico e mecenate Diego Martelli, forgiarono una cifra stilistica immediatamente riconoscibile, assimilando e metabolizzando le innovazioni prodotte in ambito europeo dalle correnti realiste e impressioniste. In seno alla movimento dei macchiaioli, però, si formarono varie scuole, capaci di interpretare la macchia in modo autonomo: la scuola di Rivara in Piemonte, la scuola di Resina in Campania, la scuola di Piagentina presso Firenze e, soprattutto, la scuola di Castiglioncello presso Livorno, nella tenuta che Diego Martelli mise a disposizione dei pittori. A Castiglioncello prevalse la rappresentazione del paesaggio naturale, che nelle tele di Odoardo Borrani, Giuseppe Abbati, Telemaco Signorini, Giovanni Fattori acquista una calda e distesa luminosità. Invece nel cenacolo di Piagentina, animato dalla figura carismatica di Silvestro Lega, prevalse la quieta rappresentazione degli interni domestici, abitati dalla piccola borghesia, con un taglio intimistico e sociale che richiama la pittura europea di un André Collin, un Alfred Stevens o un James Tissot.

Nel 1889, con la morte di Diego Martelli e la vendita della tenuta di Castiglioncello, si avvia una nuova fase del movimento macchiaiolo, i cui principali esponenti, senza tradire i fondamenti del realismo, tendono a sviluppare percorsi individuali: Fattori esprime con rigore, nel verismo integrale dei grandi quadri maremmani, il sentimento di appartenenza alla civiltà della sua terra; Signorini privilegia il “carattere” nella tipizzazione delle case e dei volti di Riomaggiore; Lega accentua la spiritualità delle sue donne del Gabbro.

Questa fase del movimento è ampiamente illustrata dalla mostra "Il Nuovo dopo la Macchia", allestita fino al prossimo 18 gennaio presso le Terme Tamerici di Montecatini, a cura di Tiziano Panconi. Tra le opere più significative è il Ritratto di giovane gabbrigiana di Silvestro Lega, che esalta il carattere fiero e imperante di una contadina, nobilitata nella sua rustica femminilità. Al contrario, i delicati ritratti muliebri di Filadelfo Simi, come la Ragazza in giallo e Roveriè, esprimono dolcezza e malinconia, purezza e poesia, con un disegno minuzioso che indaga nei particolari della realtà.

Il percorso espositivo evidenzia, altresì, l'evoluzione del paesaggio macchiaiolo dal bruciante chiaroscuro degli esordi ai più morbidi passaggi tonali della fase matura, in accordo con le coeve esperienze internazionali. Su questa linea di sviluppo, già intrapresa da Giovanni Fattori negli anni '70, si colloca la seconda generazione di macchiaioli, che annovera Franesco Gioli, Ruggero Focardi, Angiolo Tommasi ed altri pittori, sui quali la mostra di Montecatini offre nuovi spunti di riflessione.

 

Marco di Mauro