I MISTERI DEL CYBERSPAZIO ALLA GALLERIA FRANCO RICCARDO

 

L’arte multimediale di Marcello Mazzella è di scena fino 21 ottobre presso la galleria Franco Riccardo di Napoli, che gli dedica una personale con venti opere. Marcello Mazzella, già assistente di Nam June Paik, proviene da un’illustre famiglia di artisti. Il padre Rosario rivisita in chiave moderna i “teleri” seicenteschi, con accenti espressionisti e simbolisti; lo zio Luigi plasma il metallo in superfici ribollenti, agitate da un impulso che affonda la materia; lo zio Elio stabilisce un rapporto dialettico con i ferri usati, che diventano le membra dolenti delle sue sculture. Marcello rappresenta la nuova generazione che, senza abbandonare la lezione del passato, vuole sperimentare i nuovi linguaggi, dal video al digitale, dall’elettronica fino ad internet. Il filo conduttore della sua ricerca è quel senso di spaesamento, di alienazione dell’uomo contemporaneo, che si lascia dominare da una tecnologia invadente.

L’artista esordisce nel 1987 con oggetti deformati, i quali, riflessi da uno specchio curvo, assumono forme regolari. Il processo di simulazione stimola una riflessione sul binomio realtà-percezione, che nasce dalla sostanziale ambiguità delle rappresentazioni del mondo fenomenico.

Nei “metapaesaggi” del 1993-97, Marcello integra la carne umana nel paesaggio naturale: l’acqua assume le rughe della pelle, le colline assumono il turgore dei muscoli. L’artista vuole suscitare una sensazione di spaesamento, una  sospensione nella ricezione dell’immagine che però è viva, non è uno sterile prodotto di laboratorio. Il pubblico è sollecitato a penetrare nella sensibilità dell’immagine, finché la riconosce come un insieme organico di reale e fittizio, di natura e artificio.

Nel 1997, nel clima fecondo e stimolante di Manhattan, l’artista realizza la performance “Everywhere Nowhere”, da cui nasce nel 2003 l’installazione “Paint Robot”. Ne è protagonista un robot telecomandato, che intinge il pennello nell’acrilico e stende sulla tela dei segni informali. Il rapporto tra l’artista e la sua tela è mediato dalla macchina, che diventa un’appendice del corpo umano, passibile di vari utilizzi. Sta a noi decidere se usare la macchina come ulteriore mezzo creativo, oppure come alternativa alle nostre facoltà: la scelta è destinata a condizionare, nel bene o nel male, la vita delle nuove generazioni.

La ricerca sulle interazioni uomo-macchina continua nel 2003 con il video “Webality”, che indaga l’universo sommerso delle video-chat: un nevrotico susseguirsi di voci indistinte, domande e risposte banali, volti di uomini e donne che mascherano la propria identità. Come nelle opere precedenti, si assiste alla combinazione di reale e fittizio, che genera un senso di confusione e spaesamento. L’utente delle video-chat tende ad alienarsi dalla società perché rinunzia alla fisicità dei rapporti umani per una rete di relazioni virtuali, che portano alla proiezione di sé in un luogo non fisico.

“Webality” conquista il pubblico napoletano nel 2005, quando viene esposto nella chiesa di San Giacomo degli Italiani. L’allestimento realizzato da Mazzella è degno di un regista hollywoodiano: le immagini evadono dal monitor e si proiettano nello spazio, investendo le mura imbiancate, gli altari marmorei, le cone di stucco ed ogni oggetto frapposto ai raggi luminosi. Il pubblico, non più fruitore ma protagonista attivo dell’opera d’arte, ha l’opportunità di intessere un dialogo virtuale con l’artista, nascosto nella sua chat-room foderata di tulle.

Nell’opera “Hi Susy”, premiata alla Biennale d’Arte dei giovani artisti campani, l’artista traspone in pittura il tema delle video-chat, Sulla tela compare la schermata di una video-chat, con il volto di una ragazza bionda, impegnata in una conversazione virtuale. Il dialogo si riduce ad uno scambio di battute convenzionali, che riflettono la superficialità del rapporto: “How are u? Fine, tx!”

In “Syncrorama”, presentato ad Anteprima Quadriennale nel 2004, Marcello Mazzella impiega le nuove tecnologie per costruire un iperluogo virtuale, dove il pubblico, attraverso internet, possa interagire con l’opera digitale ed assistere in tempo reale al risultato delle interazioni. In altri termini, il pubblico è invitato a combinare, assemblare, rimuovere, asportare le immagini che appaiono sul monitor. Il senso dell’opera non va ricercato in ciò che appare, ma in ciò che sottende: un flusso energetico che, attraverso un sensore manuale, congiunge il corpo del fruitore allo spazio web. Il tradizionale rapporto tra il soggetto che naviga e lo spazio web viene capovolto, e suggerisce la possibilità di un uso più consapevole della tecnologia. É questa la finalità dell’artista, che respinge l’integralismo di chi vuole condannare i nuovi mezzi di comunicazione.

 

Marco di Mauro