L’icastico linguaggio di Marco Tirelli a Bolzano

 

Allo studiolo rinascimentale, luogo deputato al pensiero e alla memoria, alla ricerca e alla meditazione, è ispirata l’intrigante installazione di Marco Tirelli alla galleria Antonella Cattani di Bolzano. Una selezione di disegni ed acquerelli monocromi, purissimi nella loro essenzialità, invadono l’ambiente espositivo che si configura come uno spazio intimo e segreto, sincera proiezione dell’artista e del suo mondo interiore. Marco Tirelli riduce la spiazzante complessità del reale in un’ordinata sequenza di solidi geometrici, forme archetipiche che traducono in sintesi oggetti e scenari del mondo esterno. L’archetipo, oltre ad essere garanzia di verità e oggettività della creazione, costituisce un segnale rassicurante perché si rivela nella sua interezza senza celarsi dietro l’inganno delle apparenze.

Attraverso i suoi disegni, Tirelli sembra affermare che la creazione non è opera nostra: noi possiamo soltanto estrarre dal mondo esterno i suoi archetipi, i quali preesistono come le idee platoniche. Come Michelangelo estraeva i suoi “Prigioni” dai blocchi di marmo, o snelliva la sua “Pietà Rondanini” fino a svuotarla di peso e di materia, così Marco spoglia la realtà di tutti i suoi orpelli alla ricerca degli archetipi che sfuggono alla percezione.

È lo stesso Tirelli a raccontarci la genesi delle sue opere: contempla il buio della notte dalla sua casa di campagna, illumina con una torcia un frammento di paesaggio e lo fissa sul supporto, elevandolo a testimone dell’infinito. La superficie diventa allora il diaframma tra il visibile e l’invisibile, ovvero l’archetipo che l’artista enuclea dalla sua percezione sensibile, attraverso una luce che non è solo un elemento fisico, ma diventa metafora della mente che rivela l’essere oltre l’ingannevole seduzione delle apparenze.

 

Marco di Mauro