Massimo Liparulo, nato a Napoli il 9 aprile 1973, ha iniziato l’attività artistica nel 1992, lavorando in fonderia con lo scultore Gabriele Zambardino. Dal 1994, con l’apertura del laboratorio artistico nella Facoltà di Architettura, alla quale è iscritto, ha l’opportunità di lavorare in modo sistematico. Nello stesso laboratorio espone stabilmente una selezione delle sue sculture e istallazioni. A luglio 2002 ha partecipato ad una mostra collettiva nella Casina Pompeiana, a Napoli.

Massimo Liparulo recupera il supporto come forma di manualità, per sottolineare la valenza artistica dell’esecuzione, che non può essere disgiunta dalla concezione dell’opera. È evidente la sua adesione ai principi dell’arte povera, come la sua divergenza dall’arte concettuale, dall’assunto kosuthiano di un’ “art as idea as idea”. Nell’era delle macchine e dei segnali luminosi, Massimo sceglie il ricorso a materiali di recupero: brandelli di tela, ferri ossidati, frammenti organici, mediante i quali vuole degradare la rete di segni di cui si serve la cultura moderna, per svelare gli archetipi su cui si regge.

In alcune istallazioni, come “Vivaio 1”, l’artista esprime la volontà di perpetuare l’energia vitale o di innestare una nuova vita, di tipo naturale, sulle rovine di macchinari desueti. Sorge spontaneo il riferimento a Jannis Kounellis che, nel “Mulino a vento” di largo Ponte di Tappia, imposta un’elica e un rubinetto sulle travi di un traliccio arrugginito.

 

Marco di Mauro