SOGNO E UTOPIA NELL’OPERA DI MASSIMO RAO

 

Un poeta del colore, che attinge al repertorio di una fantasia inesausta per assecondare gli impulsi di una sensibilità visionaria. Questo è Massimo Rao, l’artista sannita morto prematuramente nel 1996, dopo aver additato, con la forza della sua arte, una possibile reazione al dilagare delle correnti minimali e concettuali. Oggi il suo paese natale, San Salvatore Telesino, celebra il decennale della sua morte con una mostra antologica ed una serie di eventi collaterali.

Con rara padronanza tecnica, acquisita mediante lo studio degli antichi maestri, Rao costruisce immagini di forte impatto emotivo, in cui affiorano le incongruenze di un mondo scomposto e ricomposto secondo i moduli dell’allucinazione: cieli nordici, graffiati da nuvole gialle, il cui profilo cangiante si dissolve e sfuma nell’azzurro; silenzi arcani che sofficemente avvolgono il paesaggio sorvegliato dalla luna; sapienti lumeggiature dai riflessi dorati che fanno luccicare le fitte pieghe dei tessuti; figure trepide, evanescenti e romantiche, con lunghe vesti arricciate che fasciano il corpo e si gonfiano, come nei dipinti di Fouquet. Sono i pregiati tessuti del Rinascimento, prodotti nelle botteghe dei taffettanari, che a Napoli possedevano anche una cappella.

L’artista delinea atmosfere oniriche, sospese tra realtà e immaginazione, che riflettono la fede surrealista nell’onnipotenza del sogno, l’inquietudine religiosa dei fiamminghi, l’ardore visionario dei romantici. Le solitarie figure di Massimo Rao, immobili nella propria fissità, col volto assorto, hanno come interlocutore una luna dal volto umano, una maschera enigmatica e conturbante che rappresenta l’altra faccia di sé. Siamo portati ad attribuire alla maschera un valore superficiale, che rinvia alla finzione o alla simulazione, ma ciò non basta a intendere la poetica di Rao. È necessario evocare l’antico significato della maschera come modalità dell’essere, come traccia residua di una ricerca compiuta dall’uomo, sin dalle origini della civiltà, per definire la propria identità.

Il ricordo di San Salvatore Telesino è sempre vivo nella memoria di Massimo Rao. Come osserva Vincenzo Pacelli, gli abiti che indossano le sue figure sono quelli che Massimo realizzava per il carnevale del suo paese. Anche la rocca dipinta in La grande fornace, sembra ispirata a quella di San Salvatore Telesino, piuttosto che a La Torre di Babele di Pieter Bruegel.

Nella modulazione dei colori, che sfumano nella calde tonalità del giallo e del rosso, può leggersi un’eco della pittura leonardesca o del classicismo bolognese, riletti alla luce di una sensibilità introversa e contemplativa. La grandezza di Rao è proprio nell’aver appreso da tutti senza imitare nessuno, nell’aver assimilato la lezione dei classicisti e dei barocchi, dei romantici e dei surrealisti, per fondere queste componenti in uno stile personale, che risulta originale anche laddove cita opere famose.

 

Marco di Mauro