“MATERIA VIVA” A VITERBO

 

S’intitola “Materia viva” la collettiva di scultura che sarà inaugurata venerdì 26 agosto a Viterbo, nella sala comunale di piazza San Carluccio. La mostra illustra il recupero della manualità e delle tecniche tradizionali nell’era del digitale, ad opera di sei scultori che aspirano ad affrancare lo spirito dai vincoli della materia, come insegna Michelangelo nei celebri “non-finiti” per la tomba di Giulio II. I sei artisti, che risiedono o agiscono nei territori dell’alto Lazio, sono: Robert Cook, Paola Cordischi, Fabrizio Naggi, Marco Rufini, Valter Sentinelli e Oriano Zampieri.

Lo scultore americano Robert Cook tende alla riduzione dei volumi ed alla scarnificazione delle figure per esprimere un’ideale dissoluzione della materia che affranca lo spirito. Le sue sculture in bronzo aspirano ad occupare lo spazio, a dominarlo con una forma dinamica che aggetta in ogni direzione. Le taglienti sagome, fuse secondo la tecnica a cera persa, sono definite dalla sintesi di pieni e vuoti, zone di luce e zone d’ombra. Nonostante la tensione monumentale, l’opera di Cook manifesta un’estrema leggerezza, che tende all’etereo e all’ineffabile.

Paola Cordischi è attratta dall’espressionismo arcaico dell’arte africana, aborigena, azteca. Al centro della sua riflessione è il recupero di una sensibilità primitiva, ingenua, naturale, contro le insidie di una società materialista che calpesta l’individuo e le sue capacità. L’adozione di un linguaggio arcaico costituisce un veicolo per indagare i recessi della mente, oltre il turbine di immagini in cui siamo avvolti. La scelta dei materiali di recupero esprime la volontà di degradare la rete di segni di cui si serve la civiltà moderna, per svelare gli archetipi su cui si regge.

Nella produzione di Fabrizio Naggi si distinguono due filoni: nei busti di pietra, l’artista coniuga la solennità idealizzante dell’arte classica ad una moderna ricerca espressiva; nella scultura in bronzo, alterna forme piene e vuote lungo una ritmica musicale, con moti levigati e fluidi. Le sue sculture, dense di contenuto e morbide nelle movenze, spirano un sentore mistico e riflettono un’ossessiva opera di scavo che mira a svelare l’essenza dell’uomo, la sua intimità, le sue radici profonde.

Massimo Rufini innerva delle sue pulsioni una materia duttile e naturale come la terracotta, che implica un richiamo alla tradizione. La ruvidezza delle superfici si associa alla corposità delle figure, in un linguaggio icastico che aderisce al presente nel dialogo costante con la sfera emotiva e sensoriale. Formatosi nella bottega paterna, l’artista recupera la manualità intesa come rapporto intimo, quasi carnale, con la materia, che si lascia manipolare dal calore delle mani.

Valter Sentinelli intaglia, leviga, incide tronchi d’albero raccolti nei boschi. Le sue sculture si proiettano in una dimensione arcaica, mistica, atemporale. L’osservatore è sollecitato a volgere lo sguardo oltre la superficie, attraverso i tagli e le forature, in cerca del vero, di quel nocciolo esistenziale che sfugge alla percezione. Nella elementarità dei segni si percepisce una complessità di rimandi segreti: il graffito, lo scabro, il levigato sono i segni del nostro passaggio, l’attuale che si tramanda ed assume una dimensione sacrale.

Oriano Zampieri modella geometrie elementari con argilla refrattaria e legno, alla ricerca di una forma essenziale che consenta di sprigionare la tensione e l’energia della materia. L’artista sviluppa una concezione centripeta dell’opera d’arte, che induce l’osservatore a scavare dentro la materia, a individuare nelle rughe dell’argilla o del legno un percorso spirituale. La scultura di Oriano Zampieri evoca la forza ieratica e l’oscuro misticismo dell’arte africana, si pensi ai monoliti del Gambia e della Casamance, oppure alle guglie d’argilla delle moschee sahariane.

 

Marco di Mauro