LA DUALITÀ NELL’OPERA DI MAURO DI GIORGIO

 

Chiuderà i battenti domenica 8 giugno, presso l’ex Sala Marconi di Alcamo, la personale dell’artista siciliano Mauro Di Giorgio, che ha stampato su tela le sue opere digitali nel tentativo di elevare la grafica al pari della pittura. Nelle sue opere si leggono due livelli sovrapposti, che non si fondono, ma interagiscono sul piano estetico e semantico. Il livello inferiore è costituito da una stesura di “pennellate” digitali, in cui si colgono i riverberi del paesaggio agreste o piuttosto di un paesaggio interiore, dai colori accesi e cangianti che sfumano l’uno nell’altro. Il livello superiore, invece, è costituito da figure elaborate al computer e definite da contorni netti, marcati, che rievocano la ceramica greca a figure nere. In queste ibride composizioni, l’astratto e il figurativo dialogano in virtù di una lirica ispirazione, che trae l’origine da esperienze vissute e reperti memoriali.

Nelle pennellate c’è il gesto istintivo, immediato di un’artista inquieto, che libera le sue pulsioni in una sorta di monologo interiore, mentre l’inchiostro trattiene l’energia in una capsula ermetica, ovvero fissa il pensiero in una linea marcata che non ammette sbavature. Nel passaggio dall’acquerello all’inchiostro si coglie il tragitto virtuale dalla mente all’occhio, dall’ineffabile al corporeo, dalla visione onirica alla percezione sensibile, che diviene strumento di scoperta e disinganno.

È quanto emerge dall’analisi delle opere, in cui l’assenza di profondità è compensata dalla modulazione dei colori, in grado di suggerire spazi infiniti. Nelle fluide pennellate di Campo, che sembrano stese da una mano leggera e veloce, possiamo intravedere i riflessi della luce sui corsi d’acqua, i petali dei fiori agitati dal vento, gli storni di uccelli in volo, tradotti in un linguaggio lirico che rinunzia, consapevolmente, all’aderenza naturalistica.

In Passato, la visione di un capitello ionico evoca il mondo greco quale sostrato culturale di cui, inconsciamente, siamo eredi. Alla gravità della citazione classica si oppone la leggerezza della colorazione digitale, che accarezza il reperto e lo conduce in una dimensione poetica, del tutto libera dalla retorica neoclassica. La pennellata, svincolata dal disegno, segue il libero fluire delle pulsioni e dei sentimenti dell’artista.

In Amica mia un nudo femminile, incisivamente definito da una linea nera, si staglia su un paesaggio astratto dai toni rossi e violacei. La donna non è ripresa per intero, ma soltanto dai seni al bacino, evidenziando le zone erogene che, probabilmente, sono correlate a teneri ricordi amorosi. L’occhio del fruitore non è catturato dal nudo femminile, come avviene di solito, ma piuttosto dal lento trapasso dei colori, che sfumano in profondità suggerendo dimensioni ulteriori.

Dalle opere sinora descritte si distingue Omaggio, per una diversa definizione del fondale, in parte avvolto nell’oscurità e in parte inondato di luce. In primo piano si stagliano quattro volti maschili, o meglio due volti replicati, che l’artista attinge dal proprio fondo memoriale. Con atto perentorio, egli stampa sulla tela questi volti, che non hanno la nebulosa vaghezza dei ricordi, ma sono fortemente caratterizzati nei lineamenti e nello sguardo.

 

Marco di Mauro