L’AFRICA SI RACCONTA NEI DIPINTI DI MBUNO E ONYANGO

 

Vengono dal Kenya e ci parlano di un paese stremato dalle guerre, eppure ricco di tradizioni che affondano le proprie radici nella civiltà swahili. Kivuthi Mbuno e Richard Onyango, in mostra a Napoli presso la galleria Franco Riccardo, sono due pittori che hanno saputo esprimere una sensibilità contemporanea in un linguaggio ancora intriso di cultura indigena, nell’uso di colori caldi e terrosi che evocano il paesaggio africano, così come nei lineamenti grafici che ci restituiscono un substrato tradizionale ancora vivo.

Nella pittura di Mbuno si insinua un vocabolario di segni arcaici che assurgono ad archetipi di una realtà che è mutata nei costumi o nei mezzi di trasporto, ma sostanzialmente perpetua i propri caratteri pre-coloniali. Il pittore kenyano, con inchiostri bruni e morbidi pastelli, ci restituisce l’immagine idealizzata della propria terra, in cui l’equilibrio tra ambiti naturali e antropici è ancora regolato dalle leggi di sopravvivenza. La presenza umana, rappresentata in modo grottesco secondo i canoni primitivisti, non sovrasta la natura e non la domina, ma è calata nel suo ciclo di vita e di morte, regolato dai rapporti di sopraffazione tra le specie animali. Insomma, il paesaggio di Mbuno non è quello dei safari, ma evoca le atmosfere leggendarie e fiabesche di “Utendi va Tambuka”, il più famoso poema epico in lingua swahili.

Richard Onyango, invece, rappresenta la società africana attraverso gli autobus ricolmi di passeggeri e bagagli, che transitano da una regione a un’altra dell’immenso continente. L’autobus diventa la metafora di una popolazione costretta ad emigrare da un paese a un altro, da un villaggio a un campo profughi, da una terra inaridita a una metropoli di baracche, nella speranza mai sopita di poter migliorare le proprie condizioni. Ma lo stesso autobus sembra concepito dall’artista kenyano come una dimora transitoria, una casa su quattro ruote per lunghe traversate attraverso le savane o le steppe. I passeggeri sembrano dimenticare che il veicolo sul quale viaggiano è un prodotto della colonizzazione europea, che li ha sradicati dai propri villaggi e, invece di emanciparli, li ha ricondotti al nomadismo.

 

Marco di Mauro