L’ARTE CONTEMPORANEA CONQUISTA GIUGLIANO

 

Negli ultimi decenni l’entroterra campano ha partorito molti talenti dell’arte contemporanea, alcuni dei quali sono stati consacrati da una prestigiosa attività espositiva in Italia e nel mondo. La particolarità di questi artisti è, generalmente, un forte radicamento nella realtà locale, che però non scivola nel provincialismo, ma tende all’analisi critica del territorio in una prospettiva globale. Sembra quasi che il degrado, lungi dal deprimere la fantasia e dissuadere l’ingegno, sia il motore di una creatività estroversa, vitale, che aspira ad incidere concretamente sul tessuto urbano e sociale. E in proposito viene in mente uno degli assunti del Movimento d’Arte Concreta di Napoli: l’arte deve “formare” la realtà, piuttosto che rappresentarla o rievocarla.

Una delle città campane in cui l’interesse per l’arte contemporanea è più vivo, anche grazie alla decennale attività della galleria Umberto Di Marino, è certamente Giugliano, che oggi finalmente dispone di una collezione pubblica d’arte contemporanea: opere di artisti italiani e stranieri, che catturano l’occhio dei viandanti nella nuova stazione di metropolitana progettata da Sandro Raffone. Nella selezione degli artisti, però, si avverte la forte preoccupazione, da parte dei curatori, di soddisfare determinate gallerie piuttosto che attuare un progetto curatoriale di ampio respiro. E così ritroviamo due artisti legati alla galleria Mimmo Scognamiglio (Ambrosio e Plensa), due alla galleria Changing Role (Gray e Distinto), due alla galleria Umberto Di Marino (Raparelli e Tibaldi) ed uno solo alla giovane galleria Fonti (Gobbetto). Non un artista che sia legato, per esempio, ad una galleria torinese, o magari ad un circuito alternativo. Se questi sono i criteri di selezione, si comprende perché l’inserimento, voluto dagli enti locali, di un’opera dell’artista giuglianese Laura Niola, abbia suscitato la presuntuosa e sterile polemica dei curatori. La poetica installazione di Laura Niola – una tavola imbandita nella sabbia, sullo sfondo di fotografie evocanti la storia di Giugliano – vuol comunicare, con femminile sensibilità, una romantica nostalgia degli affetti e della pace domestica, in una società che ha perso di vista i valori fondamentali. Una sottile malinconia è presente anche nelle sculture in resina di Kevin Francis Gray, raffiguranti giovani smarriti, alienati, con il volto coperto come i famosi pleurants di Claus Sluter. La purezza formale e le superfici brillanti traggono in inganno l’osservatore, al quale può sfuggire quel senso di amarezza, di vuoto, di disagio sociale che qualifica l’opera. Questa società destrutturata, senza radici e senza ideali, viene efficacemente descritta dalla matita di Marco Raparelli, interprete ironico della mediocrità in cui siamo condannati a vivere. L’assenza di ideali è anche il tema dell’opera di Enzo Distinto, che rappresenta gli uomini come un branco di cani affamati, pronti a farsi la guerra per un osso dorato. Un sentimento di angoscia esistenziale, misto a una volontà di riscatto, trapela dalle opere di Jaume Plensa e Lello Esposito. La statua di Plensa si aggrappa ad un albero per sfuggire alla progressiva urbanizzazione del territorio, mentre dalla sua pelle affiorano come pustole le lettere di New York, Sarajevo, Napoli, Francoforte… Invece la statua di Lello Esposito è inserita in una gabbia di ferro da cui è impossibile evadere, perché le sbarre penetrano nel suo corpo e l’attraversano. La gabbia rappresenta la società in cui viviamo, che, nonostante lo spettro deformante dei mass-media, si configura come una prigione trasparente, che offende l’individuo e la sua creatività. Invece Nicola Gobbetto ricorre al linguaggio dei videogiochi per esprimere il carattere effimero e transitorio di ciò che avviene intorno a noi, assimilando la fine di un videogioco alla fine di un colosso industriale o di un sistema politico. Al “Tetris” di Gobbetto si affianca il pianoforte in ottone di Maddalena Ambrosio, che non produce suoni, ma ci stimola ad ascoltare i suoni dei treni in movimento. E il ricordo corre al concerto muto di John Cage alla Maverick Concert Hall di Woodstock, dove i suoni della natura si sostituirono alle note del pianoforte.

Una menzione speciale, infine, merita la monumentale installazione di Eugenio Tibaldi dal titolo “Economy Expressway”. L’artista utilizza il punto di vista del satellite per cogliere l’essenza di quella che definisce “la geografia economica”, poi interviene sulle fotografie con acrilico bianco ed esclude dal paesaggio tutto ciò che non interessa al mercato. Le foto satellitari hanno il pregio di annullare le differenze sociali ed estetiche: nella visione dallo spazio, le ville dei ricchi non sono diverse dalle case coloniche o dalle stalle dei bovini.

 

Marco di Mauro