APRE LA STAZIONE MATERDEI, UN MUSEO OBBLIGATO

 

“Un museo obbligato, – l’ha definita Achille Bonito Oliva – un luogo dove l’arte non sia un tatuaggio, ma uno stimolo, una sollecitazione, un veicolo per comunicare con il popolo nomade che, quotidianamente, attraversa la città.” La nuova stazione Materdei della metropolitana di Napoli, realizzata in sei anni con largo impiego di maestranze ed una spesa di 24 milioni di euro, non si limita ad integrare il sistema dei trasporti, ma vuole incidere in modo creativo sul tessuto urbano. Il progetto, a cura di Atelier Mendini, riqualifica e vitalizza la piazza Scipione Ammirato, al centro di un rione borghese edificato ai primi del Novecento, che l’incuria e le scarse vie di comunicazione avevano condannato a un rapido degrado. La nuova viabilità ha permesso di chiudere al traffico l’area dove insiste la stazione, creando un’isola pedonale che acquista senso scenografico attraverso la pendenza di via Marsicano. L’intervento di artisti e designer internazionali, selezionati da Achille Bonito Oliva, concorre a sottolineare e ad accrescere la sensibilità ludica dell’architetto, che si riflette nei tunnel rosa shocking, nelle applique di acciaio cangiante, nell’estroso design degli arredi e delle pareti musive.

Elemento di raccordo fra l’interno e l’esterno della stazione è il consueto obelisco di vetri colorati, segno iconografico dell’architetto milanese, già presente nei padiglioni della Villa Comunale e nella stazione di Salvator Rosa. L’obelisco, che illumina e al contempo allude al fascio di luce che l’attraversa, domina la scena interfacciandosi a valle con la statua bronzea di Luigi Serafini, mentre i pannelli di ceramica di Lucio Del Pezzo, all’esterno dell’ascensore, trovano riscontro nei “tappeti urbani” di Luigi Serafini. Al piano interrato i mosaici di Sandro Chia, esponente della Transavanguardia, rivestono la base della guglia con immagini marine che mediano il passaggio verso la luce solare. A breve distanza i solidi geometrici di Ettore Spalletti suggeriscono, in termini concettuali, un’idea di fontana. Sulla prima rampa di scale un altorilievo in ceramica di Luigi Ontani, che proietta un coro di scugnizzi nella sfera del mito, interagisce con il rivestimento musivo delle pareti. Ad un livello inferiore, i pannelli policromi in legno di ciliegio, disegnati da Domenico Bianchi, introducono all’esplosione di colore di Sol Lewitt, che dai primi anni ’60 ha teorizzato un’arte assolutamente neutrale e non rappresentativa. Le serigrafie allineate sul piano delle banchine hanno visto all’opera, all’insegna della contaminazione, Mathelda Balatresi, Anna Gili, Stefano Giovannoni, Robert Gliglorov, Denis Santachiara, Innocente e George Sowden. Attraverso le opere, essi affermano che l’arte contemporanea è plurale, molteplice, globale, non può essere incanalata in linee-guida o frazionata dai confini geopolitici.

“Le stazione metropolitane – ha osservato Alessandro Mendini – vanno considerate come opere estetiche, spezzoni di teatro esterno dotati di senso emotivo, adatti a coinvolgere gli abitanti, ad offrirsi come palcoscenici al pari di vie e piazze. Non solo l’architetto, ma anche l’artista, lo scenografo e il progettista delle luci sono gli operatori di queste opere integrate.

Fare interagire le arti visive fra loro, al fine di creare un suggestivo assemblaggio, è da tempo un assunto cui il nostro gruppo progettuale si applica con attenzione. L’idea è che la stazione, nuovo evento di “architettura di transito”, si configuri anche come luogo estetico e come passeggiata d’arte. In quest’ottica abbiamo chiamato gli artisti per dare immagine a dei frontespizi nudi, per ornare gli spazi con sculture e segnali.”

 

Marco di Mauro