AUSTERITÀ E IMMOBILITÀ NELL’OPERA DI MICHELE GUIDA

 

Michele Guida innesta fughe tridimensionali su composizioni geometriche e bidimensionali. Come fessure aperte in un ambiente claustrofobico, le fughe tridimensionali lasciano intravedere una luce lontana, un debole miraggio che l’artista insegue con ostinazione. Le diagonali che Michele Guida imposta sulla tela bruna definiscono spazi a-logici e prospettive falsate. La scena appare immobile, fredda, devitalizzata, un luogo metafisico dove la presenza umana è negata. Lo spazio raffigurato non è reale e nemmeno ideale: esprime la tensione tra i due poli opposti, la volontà di evadere dal reale per conseguire l’ideale.

Un senso di angoscia, di solitudine, di straniamento pervade la scena, ma lo spiraglio di luce sul fondo costituisce una nota di speranza e di ottimismo. Nell’austera impaginazione del dipinto è riflesso l’animo sensibile e introverso dell’artista atellano, che ha scelto di tornare nella sua terra dopo una lunga permanenza in Veneto. Il vissuto dell’artista, le esperienze che ha maturato, i disagi che ha sofferto, sono tradotti in una pittura severa ed icastica, che tende ad abolire ogni residuo oggettivo ed ogni riferimento alla realtà sensibile.

 

Marco di Mauro