MINIMAL ART ALLA GALLERIA ARTIACO DI NAPOLI

 

La minimal art americana è di scena fino al 28 luglio presso la galleria Artiaco di Napoli, che presenta le opere di Carl Andre, Melissa Kretschmer, Mary Obering e Doug Ohlson. I quattro artisti rinunciano a quella molteplicità di segni, effimeri e ridondanti, di cui si compone l’universo visivo contemporaneo, per fare tabula rasa della tradizione iconografica e recuperare il grado zero della sensibilità. Essi sono accomunati dall’uso di un vocabolario essenziale, assolutamente neutro e non rappresentativo, che nasce dalla combinazione di rette orizzontali o verticali. Le possibilità di esplorazione dell’artista risiedono solo nell’ars combinatoria, che si concretizza nella disposizione delle rette e nella scelta dei colori primari, che invadono uniformemente le campiture.

Carl Andre, anonverato con Sol LeWitt e Donald Judd tra i maggiori esponenti della minimal art, elude la gerarchia della visione disponendo al suolo le sue lastre di rame o di zinco, sulle quali il pubblico può liberamente camminare. La forza di gravità diviene parte integrante dell’opera, in quanto elemento di coesione della lastre al suolo.

Melissa Kretschmer indaga le interazioni tra la luce e la materia, per capire fin dove la luce permea la materia e, viceversa, fin dove la materia cattura la luce. Le sue fragili sculture sono composte da teche di vetro, dalla rigorosa geometria, in cui sono racchiuse colate di cera liquida. Il contrasto tra la teca quadrata e la cera informe, che appare solo da una visione ravvicinata dell’opera, riflette la volontà di forzare i margini della geometria, della purezza assoluta, mostrando i connotati reali dell’essere.

Mary Obering propone un ibrido di pittura e scultura in opere molto sintetiche, eppure preziose come antichi alabastri. Il pubblico è affascinato dalla rifrazione della luce sulle superfici lucide e opache, frazionate da una griglia geometrica nella quale si dispongono le campiture.

Doug Ohlson si colloca al confine tra l’impressionismo astratto di Mark Rothko, che traduce le proprie angosce nelle gradazioni di colore, e il minimalismo di Sol LeWitt che, senza ambire all’espressione di simboli o significati, si limita a saturare l’orizzonte visivo mediante una struttura visiva pura. Ohlson appare in bilico tra questi due estremi, ovvero tra l’espressione di sé e la ricerca di un equilibrio superiore.

 

Marco di Mauro