“MONOCHROME” ALLA LAKESIDE ART GALLERY DI VERBANIA

 

È visitabile fino al prossimo 13 marzo, presso la Lakeside Art Gallery di Verbania, la collettiva “Monochrome”, curata da Neil Davenport, che riunisce otto artisti internazionali all’insegna della monocromia: Valentino Albini, Corrado Bove, Silvia Chezzi, Michele Costantini, Paolo De Piccoli, Horiki Katsutomi, Roberto Ripamonti ed Eva Sørensen. Riallacciandosi alle sperimentazioni della avanguardie storiche, essi utilizzano la monocromia come espediente per risolvere il tradizionale conflitto tra figura e sfondo, visibile ed invisibile, tangibile ed intangibile.

Silvia Chezzi delinea, con segno leggero, la poetica sagoma di una fanciulla con le mani congiunte dietro la schiena. L’estrema riduzione del segno comunica una sensazione di purezza, di innocenza, di limpidezza, quasi volesse affrancare la dimensione spirituale dalla fisicità del corpo. Invece Horiki Katsutomi dispiega sulla tela un campo di forze, che si condensano nella scia luminosa, densa di umori e di palpiti sottili, che irrompe nella piana stesura di colore scarlatto. Il titolo dell’opera, “Ulisse”, rilancia il cammino dell’uomo verso una meta nobile, elevata, in opposizione all’ondata di materialismo che investe la società contemporanea. Anche nei monocromi di Valentino Albini, la modulazione tonale conferisce densità e profondità alla stesura pittorica, per esprimere una sorta di pudore raccolto che lascia intravedere l’affiorare del tempo, il sedimentarsi degli umori nei segreti territori dell’inconscio. Sulla stessa lunghezza d’onda si pone la scultura di Corrado Bove, il quale, moltiplicando i riflessi luminosi sulle superfici di una membrana che vibra, riesce a costruire volumi espansi e indefiniti. In un valzer di linee che si curvano e si tendono, si annodano e si sciolgono, l’artista delinea corpi eterei ed atmosfere impalpabili, eppure attraversate da un fremito di vita che invade lo spazio. Anche nell’opera di Paolo De Piccoli si assiste alla riduzione dei volumi, che perdono il peso, la spigolosità e l’asprezza della natura per assumere forme sensuali, volgenti  all’etereo. Le sue sculture, che alternano forme piene e vuote lungo una ritmica musicale, con moti levigati e fluidi, spirano un sentore mistico e quasi ancestrale. Oltre la soglia che separa il materiale dall’immateriale si situano anche le pitture di Michele Costantini, algidi paesaggi invernali che si fanno astratti per incarnare i lineamenti dello spirito, la sua tensione verso l’assoluto. La levità del segno, la rarefazione della materia pittorica, il bianco abbacinante del cielo e lo stesso formato verticale delle tele, sono i fattori che esaltano la trascendenza come via di fuga dalla desolante quotidianità. Un ritorno al monocromo vissuto non come rinuncia, come grado zero, bensì come tentativo di situarsi alle origini per ritrovare i valori essenziali del vivere umano è praticato da Roberto Ripamonti, che conferisce al bianconero un valore quasi resistenziale: pura presenza di tracce segniche non ulteriormente comprimibili oltre il margine estetico. Anche Eva Sørensen, mediante l’espandersi del segno che riporta l’eco di sensazioni remote, conferisce un nuovo orizzonte di senso all’etica claustrale della monocromia. I suoi disegni, simili ai rilievi altimetrici, sono l’espressione di una visione centripeta, che induce il pubblico a varcare la superficie bidimensionale e a penetrare idealmente nell’opera.

 

Marco di Mauro