NAPOLI, CAPITALE DELL’ARTE CONTEMPORANEA

 

Nel volgere di un decennio, Napoli si è andata popolando di nuove sculture ed installazioni, fino ad essere universalmente riconosciuta come un polo dell’arte contemporanea. L’intervento degli artisti è riuscito ad integrarsi con il centro storico, incontrando il favore degli abitanti e dei turisti, risvegliando quell’interesse per l’arte contemporanea che, dopo i gloriosi anni ’70, si era progressivamente attenuato.

Per illustrare le mutazioni che hanno segnato il tessuto urbano, proponiamo un itinerario che muove da Palazzo Reale, storica residenza dei viceré spagnoli. Nell’ala posteriore, laddove si apre la Biblioteca Nazionale, è posta una suggestiva scultura di Tullia Matania, dal titolo “Kabul, reti d’ombra”. Compiuta nel 2002, l’opera rappresenta una donna di Kabul, ritratta nell’essenzialità del burka, che stringe al seno un bimbo dilaniato da una mina. I frammenti della mina avvolgono il corpo lacerato, che spinge una mano oltre il groviglio dell’esplosione, in un’estrema richiesta di aiuto. La madre, definita da fili di ferro e reti d’ombra, è un’immagine incorporea, che ben esprime la condizione di annullamento delle donne afgane.

Fuori la biblioteca, nei giardini all’inglese, sorge una possente scultura di Luigi Mazzella: tre piloni di ferro dalle superfici ribollenti, come agitate da un impulso incontenibile che affonda la materia e fa pressione verso l’esterno.

Da Palazzo Reale risaliamo via Toledo, dov’erano allineati i palazzi della corte, fino al largo Ponte di Tappia. Qui si eleva il “mulino a vento” di Jannis Kounellis, che sviluppa una riflessione sul fallimento della civiltà industriale e, con pungente ironia, imposta un’elica rotante sul vertice di un traliccio arrugginito. Alla base del traliccio, un magro rubinetto concede ai passanti un filo d’acqua sporca, emblema di un falso sviluppo che ha portato solo degrado e inquinamento.

Dall’altro lato della strada, si estendono i vicoli dei Quartieri Spagnoli, sede di un riuscito esperimento di arredo urbano, ideato da Riccardo Dalisi nel 2001. L’architetto è intervenuto nei vicoli con fervida fantasia e spirito ludico, collocando sugli spigoli delle case decine di sculture in rame. I fabbri locali hanno eseguito le sculture sui disegni di Dalisi, come già sperimentato nella Tangenziale e nella Rua Catalana.

Ripresa la via Toledo, si perviene alla moderna piazza Carità. Al centro della piazza si eleva il monumento a Salvo D’Acquisto, creato nel 1971 da Lydia Cottone. Alla sua inaugurazione, il monumento fu accolto da un coro di critiche, sia per la scelta di materiali poveri, sia perché all’enfasi dell’atto eroico preferisce l’espressione del dolore. Solo i critici più sensibili colsero il vigore della croce, e l’intensità delle sagome ritagliate nel ferro, impronte di un passato indelebile.

Lydia Cottone è presente nelle vie di Napoli con altre opere notevoli: nel cortile della Provincia sono esposte le sue pietre ollari, donate nel ’98, che esprimono una segreta spiritualità. La sua firma compare anche in piazza Quattro Giornate, nelle statue classiche del discobolo e del velocista.

Nella medesima piazza, che fu l’epicentro della Resistenza antifascista, sorge una struttura geometrica di Renato Barisani, fondatore del Movimento napoletano d’Arte Concreta. La scultura presenta un vettore rosso che, in uscita da un blocco nero, tende verso l’alto. “Il dinamismo è insito nella struttura dell’opera. – commenta il maestro – Il nero proietta le forme rosse nello spazio, in un movimento energico, dirompente, che parte dal centro e si sviluppa all’esterno.”

Dallo Stadio Collana si sale verso l’isola pedonale di via Scarlatti, dove irrompe bruscamente la fontana “Itaca” di Ernesto Tatafiore. Il fronte visivo non riesce ad integrarsi nel contesto urbano, e la sagoma del Vesuvio che emerge dall’acqua è un’invenzione che manca di originalità.

Non lontana è la stazione superiore della funicolare di Chiaia, che ci conduce al lungomare di via Caracciolo. Qui, davanti al Castel dell’Ovo, sorge un’altra scultura di Barisani, che evidenzia la sua volontà di “formare”, cioè di essere parte attiva nei processi creativi e sottolineare il valore plastico dei materiali. “Quell’opera traduce un bozzetto – spiega Barisani – in cui esprimevo il passaggio da un movimento geometrico, a scatti, ad un movimento naturale, rappresentato dalla curva.”

Al suo interno, il castello presenta due sculture di Augusto Perez, dove i contorni subiscono uno sfaldamento grafico e concettuale, la materia si riduce ad un gorgogliare di forme che alludono alle parti del corpo. L’artista partenopeo realizza, in tali opere, una visione inquieta e malinconica dell’essere.

Costeggiando il lungomare si raggiunge il Maschio Angioino, cuore pulsante della Napoli medievale. Nel cortile s’innalza un elmo gigante, ideato nel 1996 dallo scultore sannita Mimmo Paladino. L’elmo è un segno di passione, di coraggio, di sacrificio, che sollecita lo scavo nella storia collettiva ed assurge ad emblema di una città che nei secoli ha lottato e sofferto per la propria libertà. La misura colossale amplifica il suo significato, che assume una dimensione iconica e atemporale.

Il nostro itinerario potrebbe proseguire nelle stazioni della metropolitana collinare, concepita da Bonito Oliva come “un museo obbligato, dove l’arte non sia un tatuaggio, ma uno stimolo, una sollecitazione, un veicolo per comunicare.” Per brevità trascuriamo questo percorso, al quale abbiamo già dedicato molte pagine, e ricordiamo che Napoli non è solo un museo all’aperto, ma pullula di laboratori artistici e artigianali, che lavorano incessantemente per ridefinire il volto della città.

 

Marco di Mauro