“NEW CITY LANDSCAPE” A NOCERA INFERIORE

 

Il nuovo paesaggio urbano è di scena alla galleria “Il Ponte” di Nocera, che il 19 settembre presenterà la mostra di Sanchez, Mantellini, Morra-Supino e De Curtis. Nelle opere dei quattro artisti, due visioni opposte dello stesso tema: da un lato l’orrore dickensiano per condizioni di vita derelitte e per un degrado che avanza inesorabile, fino alla negazione del concetto di città come luogo di opportunità; da un altro il febbrile ottimismo metropolitano, che ci fa sentire gli attori di una realtà aperta e dinamica, seppure all’orlo di una catastrofe.

Nella sintesi astratta di Roberto Sanchez, il paesaggio urbano supera le sue contraddizioni e diventa un luogo neutro, in cui la forza centrifuga dei piani obliqui, che si rincorrono in un moto perpetuo, è bilanciata dall’unità dello stile. Il dinamismo è un fattore determinante nell’opera di Sanchez, che adotta la base geometrica scatolare non come elemento combinante definitivo, bensì come veicolo di aperture poetico-spaziali. Nell’incessante fuga dei piani, tra accensioni cromatiche e delicati passaggi tonali, l’artista suggerisce l’incertezza di un equilibrio precario, pronto a cadere al primo soffio, ma solo per generare nuovi equilibri. Sanchez presenta i suoi dipinti in duplice veste: allo stato originale ed all’interno di opere fotografiche, in cui gli stessi dipinti sono calati in un ambiente metafisico, che genera una molteplicità di letture.

Nelle pitture di Roberto Mantellini, sospese in una dimensione memoriale, si legge una progressiva riduzione del paesaggio ai suoi termini essenziali: gli sfondi grigi, spesso solcati da una vampata di colore, esprimono la decadenza di un quartiere industriale, Bagnoli, lacerato da insanabili ferite sociali; i segmenti orizzontali e verticali alludono, in modo sintetico ma incisivo, ai pontili ed alle ciminiere dell’Italsider, ormai integrati nel paesaggio urbano come le palme sulle spiagge di Miami. L’artista vive il paesaggio urbano come luogo interiore e adopera il dato oggettivo per evocare i tempi dell’adolescenza, quando l’Italsider era l’immagine del futuro e la speranza di un posto fisso. Il richiamo al territorio è evidente nella “terrosità” della materia pittorica, spessa e grumosa come il catrame versato dalle industrie.

Salvatore Morra-Supino avverte la necessità della fabula per evadere da una realtà orribile, che scivola inesorabile verso la catastrofe. Gli scorci urbani, nelle sue tele, non sono altro che quinte scenografiche per ambientare visioni oniriche, mirabili sinfonie di colori che sembrano ostentare la propria forza espressiva. Morra-Supino costruisce intersezioni, rifrazioni e vibrazioni di colore che sfilano in eteree dissolvenze, in cui ogni richiamo alla realtà oggettiva è sopraffatto da una dimensione onirica. Nel delicato intreccio di segni leggeri e sfuggenti si avverte una profonda esigenza di spiritualità, in opposizione al dilagante materialismo da cui l’artista fugge.

La pittura di Salvatore De Curtis è in bilico tra una dimensione gestuale-informale ed una figurativa. Con una gestualità larga e ritmata, una ricerca di sintesi lineare e coloristica, l’artista traduce in forme liriche le cupe atmosfere della periferia. Una periferia addolcita, che giace immobile nel suo torpore e comunica una sensazione di assoluta quiete. I paesaggi di De Curtis vivono in una dimensione interiore ed evocativa, dove le superfici tonali si stemperano e si frantumano generando una molteplicità di toni. Questi dipinti non vivono solo di forme, ma anche di rapporti e modulazioni tonali, in cui si esplicita un senso profondo della natura.

 

Marco di Mauro