L’EBBREZZA E LA RATIO DI NICOLA SAMORÌ

 

Superfici ruvide, erose, cosparse di solchi e minute scheggiature, che comunicano una sensazione di sofferta precarietà, di logorante passione, di estrema tensione che induce l’artista, come Michelangelo nella Pietà Rondanini, a scavare ossessivamente nella materia fino a svuotarla. Sono le sculture di Nicola Samorì, in mostra fino al 25 ottobre alla galleria Allegretti di Torino, che apre la stagione espositiva con una pregevole rassegna dedicata all’artista forlivese.

L’arte di Samorì – artista completo, in grado di spaziare dalla scultura alla pittura, dalla fotografia alla grafica –  è un dramma doloroso e progredisce mediante il superamento di contraddizioni che, ad ogni opera, rinascono puntualmente. L’artista vive pienamente gli impulsi antinomici della propria natura, proiettandoli sul piano esistenziale al livello parossistico dell’angoscia.

Nella purezza della forma, cui si oppone drammaticamente la porosità della superficie, si realizza il concetto nietzschiano della dualità degli impulsi: da un lato l’ebbrezza di Dioniso, ovvero l’impulso vitale e creativo che libera la tempesta delle passioni; da un altro la lucidità di Apollo, ovvero l’impulso razionale che tenta di ordinare il caos secondo i canoni dell’armonia e della bellezza. Il delirio dionisiaco, che straripa nonostante gli argini di Apollo, aggredisce la figura classica mediante combustioni, mutilazioni, corrosioni, ossidazioni, ma non riesce a rinnegarla del tutto. Attraverso queste operazioni gestuali, Nicola Samorì compie un’avventura esplorativa al di là della figurazione, per accedere a un linguaggio delle forme che sia in grado di esplorare i complessi meandri di un’altra filosofia della visione, quella di un uomo in osmosi con l’universo. La rimozione della materia, infatti, libera la spiritualità che soggiace al suo interno e che costituisce l’essenza che unisce l’uomo all’universo.

 

Marco di Mauro